Omelia per la XXII domenica del Tempo Ordinario - 30 agosto 2026



C’è un desiderio di felicità inscritto in noi, che immediatamente si risveglia nel momento in cui ci imbattiamo in quelle situazioni, in quelle persone, circostanze che ci confermano che quel desiderio non è solamente un sogno impossibile ma un qualcosa che fa parte di noi. La percezione di una felicità possibile a volte la facciamo nella lettura di un romanzo, o nella visione di un film, o nell’osservare e immaginare la felicità altrui; ma altre volte è la conseguenza diretta di un incontro, di un’esperienza vissuta in prima persona e lì ci diciamo che così dovrebbe essere l’intera vita.

Una comunità ideale, dei fratelli ideali, un padre, una madre, un marito, una moglie, dei figli ideali; o un lavoro, dei colleghi, una giornata ideale forse siamo riusciti a dircelo di averli sperimentati qualche volta nella vita, ma il più delle volte dobbiamo riconoscere lo scarto tra quell’ideale e la realtà così com’è.

Ed è naturale che scatti lo scoraggiamento, la ribellione o il rifiuto di fronte a quei tratti di vita, che sono i più frequenti e i più lunghi, in cui c’è un evidente distanza tra quello che dovrebbe essere una vita felice e quello che la vita nella sua concretezza ci riserva.

Di fronte all’annuncio di Gesù, Pietro si ribella: “così non può essere, non deve essere”. Non può essere nell’ordine naturale delle cose che l’amico e il maestro Gesù debba essere rifiutato, debba soffrire e morire. Non può essere così per un comune mortale che ha diritto a una vita buona e felice, non può esserlo a maggior ragione per il messia che è venuto a portare ai poveri il felice annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista ...(cfr Lc 4,18).

È giusto e doveroso che ci scandalizziamo di fronte al male innocente, alle ingiustizie, alla violenza, alle prevaricazioni. Ma rimane una indignazione sterile se si riduce a un rifiuto della realtà e a un dichiarare che così non dovrebbe essere.

Paradossalmente la via che suggerisce Gesù, la via della fede, lungi dal pretendere una vita ideale, inizia con l’assunzione della realtà per quella che è. Gesù non fugge la realtà ma la accoglie, mostra che si può continuare a cercare la felicità pur in un quotidiano fatto di luci e ombre, pur in una vita che deve mettere in conto la sofferenza e la morte.

Ciò che può cambiare una prospettiva di maledizione in una di benedizione è scegliere di affrontare quella realtà per amore, amando fino in fondo; Gesù ha saputo trasformare  quel suo dover andare a Gerusalemme, con la croce che ne deriverà, da una realtà di morte a una scelta di vita donata per amore. In questo modo la felicità non è più legata a un ideale di vita che in tutti i modi, più o meno leciti, dovremmo procurarci, ma è legata al cercare di vivere il bene anche nelle avversità, a vivere con amore il presente, qualunque esso sia.

Mentre noi pensiamo che la nostra salvezza sia riuscire a evitare in tutti i modi le croci che si interpongono sul nostro cammino, Gesù al contrario ci suggerisce che la via della salvezza sta proprio nel prendere su di sé la propria croce: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà”.

Nella misura in cui ci mettiamo al seguito del Signore, ci rimettiamo dietro a lui, come è severamente esortato a fare Pietro, scopriamo che la felicità non può più essere la ricerca del potere, dell’avere, del piacere, dell’apparire: rinnegare se stessi in fondo significa uscire da quella logica di egoismo, innescata dalla paura, che cerca in tutti i modi di scansare le croci, scaricando però o addirittura infliggendo sugli altri il male che cerchiamo di fuggire. Costruire egoisticamente una vita, unicamente orientata alla ricerca dei propri interessi e sicurezze, allontanando ogni possibile pericolo, disturbo, problema, secondo Gesù non è affatto garanzia di salvarla ma piuttosto di perderla, perché significa rinunciare alla libertà di una vita vissuta amando e rinchiudersi su se stessi e sulla paura di perderla.

Leggevo proprio in questi giorni come anche nel mondo delle scienze naturali, oltre ai sostenitori della teoria secondo cui la vita si sarebbe evoluta grazie a una spietata competizione tra gli esseri viventi, altri studiosi osservano che in realtà la vita ha potuto evolversi proprio grazie alla collaborazione tra gli esseri viventi, fossero essi semplici cellule che unendosi hanno dato vita a microrganismi più complessi, o animali che possono sopravvivere in condizioni climatiche estreme grazie al mutuo sostegno che si danno. “La vita, affermava una biologa agli inizi di queste intuizioni, non conquistò la Terra attraverso la lotta, ma attraverso la cooperazione”.

È affascinante notare che queste recenti teorie sullo sviluppo della vita sulla terra evocano quell’insegnamento del Signore che la vita si salvaguardia e si espande donandola, e non trattenendola.

Chissà se queste stesse scienze sapranno un giorno intuire qualcosa anche sull’aspetto più importante, e che oggi abbiamo totalmente trascurato, della ragione ultima della salita di Gesù a Gerusalemme, e delle implicazioni che questa avrà sulle nostre vite? Se ritorniamo a leggere con attenzione il vangelo, oltre alla sofferenza e alla morte, troviamo infatti che “egli spiegava ai suoi discepoli che doveva ... risorgere il terzo giorno”.

fr. Amedeo 


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