Omelia per la XVIII domenica del Tempo Ordinario - 2 agosto 2026
Spesso quando riprendiamo in mano un libro, dopo qualche ora
o qualche giorno di pausa, anche se dobbiamo iniziare un nuovo capitolo, diamo
un occhiata alle ultime righe lette per ricordare dove abbiamo interrotto la
storia e riprendere il filo del discorso. Anche il vangelo di oggi, con questa
breve e apparentemente insignificante introduzione, sembra voler ricordarci che
un pezzo importante di storia si conclude e se ne sta aprendo un altro.
Ciò che fa voltare pagina nel vangelo è l’annuncio della
morte di Giovanni Battista; è in quel momento che Gesù sale in barca e approda
in un nuovo contesto. Giovanni ha pagato a prezzo della propria vita il suo
intento di insegnare agli uomini a vivere rettamente, imparare a riconoscere
ciò che è bene e ciò che è male, dire apertamente ciò che è giusto e ciò che è
sbagliato. È il compito di ogni generazione umana nel formare la generazione
successiva, compito mai esaurito anche perché il bene e il male non si possono
definire una volta per tutte. Ma anche se, in termini di ragione e di logica,
arrivassimo ad avere sempre ben chiaro cosa è giusto fare, c’è tutta un’altra
serie di aspetti, legati al nostro mondo interiore, che ci rendono incapaci di
seguire la pura e semplice ragione.
C’è allora qualche altra forza dentro di noi, oltre al
dovere morale, che contro la pressione delle paure, dei bisogni, delle
seduzioni ... ci mette nelle condizioni di essere buoni e di fare il bene?
Le prime righe di questa nuova pagina del vangelo ce la
rivelano subito, seppur ci andrà poi tutto un cammino di conversione per
svilupparla. Gesù, forse sconfortato e impaurito dalla notizia dell’uccisione
di Giovanni, si ritira in disparte, quasi a voler chiudersi in se stesso,
ripiegarsi sul suo dolore. Ma è ben presto raggiunto da una folla bisognosa, e
subito riaffiora in lui il sentimento della compassione e inizia a guarire i
malati. Ancor più e ancor prima della logica della giustizia, del buon senso e
del dovere, è il lasciarsi toccare dalla sofferenza dell’altro che può iniziare
a cambiare il nostro cuore e di conseguenza la realtà circostante.
Anche i discepoli sembrano essere ormai entrati nella scia
del maestro. Sul far della sera si rendono conto del bisogno di sfamarsi di
tutta quella gente. Accorgersi dei bisogni degli altri è la condizione
preliminare per sentire compassione: e non è affatto scontato. Perché serve la
disponibilità a fermarsi ad ascoltare, ad osservare, a prendersi il tempo di
stare e il rischio di lasciarsi mettere in discussione e ferire dalla miseria
altrui.
Il passo immediatamente successivo, infatti, è far entrare
in dialogo il bisogno dell’altro con il proprio. Perché di fatto siamo tutti
indigenti: se non di beni materiali, lo siamo di tempo, di energie, di risorse,
di pazienza, di limite di sopportazione…
La nostra ragione, come quella dei discepoli, ci spinge a
trattare le nostre povertà con il buonsenso, con un giudizioso egoismo:
ciascuno deve imparare ad avere cura di se stesso, badare e cavarsela da solo.
“Congeda
la folla, perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ci
siamo accorti del loro bisogno, li mettiamo nelle condizioni di soddisfarlo,
possiamo finalmente tornare a prenderci cura di noi …
Ma è proprio a questo punto che il Signore prova a farci
uscire dall’egoistica logica del buonsenso e del metterci l’animo in pace. Lui,
totalmente a mani vuote, chiede ai suoi discepoli, anche loro affamati, ma che
hanno saputo tenere da parte qualcosa per la loro cena, di affidargli quel poco
che hanno. Ovviamente resistono, obiettano, si aggrappano a quel poco di verità
e ragione che ancora sostengono di avere, hanno paura di consegnare la propria
povertà, il proprio senso di inferiorità o di superiorità, la propria misera
eppur preziosa pelle.
Eppure qualcosa inizia a cambiare, il miracolo comincia a
compiersi solo quando ci si decide ad aprirsi, a mostrarsi e a darsi
reciprocamente in quella povertà che lentamente va imparando la fiducia.
Affinché il miracolo della moltiplicazione possa accadere è necessario che
mettiamo con fiducia la nostra vita nelle mani di qualcun altro: solo allora la
vita può esserci restituita benedetta.
È prezioso anche quest’altro dettaglio del vangelo: prima
della benedizione, il Signore alza gli occhi al cielo. Il miracolo avviene con
il distogliere lo sguardo dalle nostre e altrui povertà sollevandolo verso
l’alto, per ricordare quanto quella vita è comunque voluta e amata. Ecco allora
che abbiamo anche noi la liberante possibilità di consegnare la nostra vita
affinché sia benedetta e moltiplicata, e abbiamo la prodigiosa capacità di
toccare la vita dell’altro come un dono che ci è affidato e, nel benedirla
sollevando gli occhi al cielo, restituirla sovrabbondante.
Gesù non ha voluto servirsi dei miracoli puramente per
dimostrare, una volta nella storia, l’onnipotenza di un Dio che rimane
altrimenti indifferente alla nostra fame e miseria quotidiana: ma ci mostra
come, nella fiducia e nella forza della compassione -quel sentimento di unione
con ogni miseria- sia sempre possibile osare mettersi in gioco per compiere il
miracolo e donare all’altro una ricchezza alla quale neppure noi prima sapevamo
credere, comunicare una pace che neppure noi prima avevamo dentro.
Osare entrare nello spazio della fiducia e dell’amore
permette il perpetrarsi del miracolo delle mani vuote, in cui la vita benedetta
ci viene restituita trasformata, arricchita, sovrabbondante.
fr. Amedeo


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