Omelia per la festa della Trasfigurazione - 6 agosto 2026
"Gesù si
avvicinò, li toccò e disse: Alzatevi, non temete."
C'è un dettaglio, in questo vangelo
della Trasfigurazione, che rischia di passare in secondo piano. Le nostre
attenzioni, di solito, sono catturate dal volto splendente di Gesù: siamo
curiosi, quasi affascinati, dal mistero di una vita divina che per un istante
affiora e si lascia percepire nella vita del Maestro.
Ce ne parlano i testimoni. Pietro,
che su quel monte ha ascoltato una voce e visto una luce, ci racconta uno
stupore che resta impresso. E forse un po' invidiamo quei tre apostoli:
immaginiamo che un'esperienza simile avrebbe reso più facile anche il nostro
cammino. Se solo avessimo visto anche noi...
Sono pensieri belli, comprensibili.
Ma non ci è dato di vivere ciò che vissero Pietro, Giacomo e Giovanni su quel
monte. La Parola, però, non ci lascia a mani vuote: ci dice che siamo testimoni
di un altro "venire" di Gesù, un venire rivolto proprio a noi, oggi,
e che ci rende in qualche modo partecipi della Trasfigurazione di Gesù, perché ci
permette di guardare il mondo con occhi trasfigurati. C’è un venire di Dio e
Lo vediamo in tre movimenti.
Anzitutto la profezia di Daniele: "Ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio di uomo" — un venire che attraversa i cieli.
Poi c’è una voce che viene/scende dal cielo, di cui i discepoli sono testimoni
diretti: una voce che li chiama a un ascolto. E infine il gesto più semplice,
più umano: Gesù si avvicina, tocca, parla. C’è in fondo un
progressivo avvicinarsi. Dio non resta distante, inaccessibile. Scende verso i
suoi, si fa vicino.
Ecco allora cosa può essere per noi
la Trasfigurazione: non tanto un evento eclatante da contemplare da lontano,
quanto un mondo — la nostra vita quotidiana — nel quale può essere percepita la presenza amorevole
di Dio, un mondo che può lasciarsi trasfigurare da questa delicatezza di Dio.
Un Dio che non abbaglia soltanto, ma che si avvicina; che non si limita a
mostrarsi, ma tocca; che non pronuncia parole di giudizio, ma un invito
semplicissimo: alzatevi, non temete.
Pensiamoci: Gesù tocca i discepoli
proprio nel momento in cui sono a terra, spaventati, col volto nascosto. Li
tocca forse proprio lì dove la paura si annida e li attanaglia. E non chiede
loro altro che quello di rialzarsi e di riprendere il cammino. Non di
convertirsi, ne di predicare, ma solo di riprendere il cammino… senza temere.
Fiduciosi.
È questa, forse, la trasfigurazione nella
quale siamo chiamati ad entrare: non uno strappo mistico nella nostra
biografia, ma la scoperta che Dio è vicino proprio dentro le nostre cadute, le
nostre paure, le nostre resistenze a rialzarci. Non dobbiamo raggiungerlo nei
cieli per incontrarlo: è lui che scende, si avvicina, tocca.
E allora la domanda che questa festa
forse ci lascia potrebbe essere questa: sto accogliendo quella parola — alzati,
non temere — come rivolta davvero a me, oggi, in questo tratto di cammino?
Il monte della Trasfigurazione, allora, diventa promessa per tutti: ogni volta che ci rialziamo senza paura, dopo essere stati toccati dalla tenerezza di Dio, un po' del mondo attorno a noi si trasfigura davvero.
Fr. Emanuele


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