Omelia per la XIX Domenica del Tempo Ordinario - 9 agosto 2026

 




Nel cuore dell'estate, in cui a molti è concesso un tempo per riposare e rallentare i ritmi, prendendosi dei giorni di vacanza, il fermarsi potrebbe essere l'occasione per riprendere consapevolezza della presenza di Dio nella nostra vita.
 
Ci si ferma, a volte si approfitta di un tempo di riposo a contatto con la natura, e proprio la natura sembra fare da protagonista anche nelle letture di oggi. Il desiderio di cogliere la presenza del Signore è associato alla salita al monte di Elia, che, convocato sull'Oreb, passa una notte in una caverna dove il Signore gli dà appuntamento. Non nel vento impetuoso e gagliardo, non nel terremoto, non nel fuoco, ma nella brezza leggera di un sottile silenzio.
 
Un passaggio del libro dei Re molto caro a chi vive giornate movimentate e sente tutto il peso di una vita dai ritmi incalzanti. C'è la dimensione della lentezza e quella del silenzio, che sono porte di accesso privilegiate all'esperienza di Dio e al riconnettersi con il desiderio profondo che abita nel cuore di ogni uomo: quello di una vita piena, in comunione con il Padre.
 
Questo movimento di rallentare, di salire sul monte per coltivare l'intimità con Dio, è un movimento che anche Gesù fa proprio nel passo di vangelo appena ascoltato. Dopo aver sfamato una moltitudine con cinque pani e due pesci — dopo dunque un momento di successo e di visibilità — Gesù congeda la folla e i discepoli, e sale sul monte. Diremmo oggi: rallenta i ritmi.
 
Un invito a fare anche noi così. Eppure in questa domenica mi colpiscono alcuni dettagli che, senza sminuire l'importanza di questo movimento che Elia e Gesù ci indicano — bisogna fermarsi, bisogna rallentare! — mi sembrano dire anche altro. C'è un invito a rallentare, certo, ma anche un mettere in guardia dal considerare la presenza di Dio legata solamente a un luogo di ritiro, a uno spazio e a un tempo privilegiati, come se ci fossero luoghi dove il Signore abita e luoghi dove siamo abbandonati.
 
È interessante notare che, dopo il bagno di folla che aveva coinvolto Gesù e i suoi discepoli, in questa salita al monte il Maestro non li coinvolga: eppure immaginiamo che anche loro fossero stanchi e provati (in un altro passaggio evangelico, prima della moltiplicazione dei pani, l'evangelista descrive proprio la loro stanchezza — "venite in disparte…" — ma poi ritrovano la folla e vengono nuovamente coinvolti). Gesù "costringe" invece i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva. In fondo li costringe a riprendere la vita, ma con un'altra prospettiva: non dice loro di prendere distanza dalla vita, ma di rimanervi — forse più nell'ordinarietà che nella straordinarietà di un evento emotivamente coinvolgente.
 
In questo passaggio di vangelo emerge una certa urgenza, che non ammette ritardi né soste: per ben tre volte viene usato l'avverbio "subito", quasi a indicare uno stile. Leggendo il vangelo, questo contrasto mi sembrava strano: da una parte la necessità di fermarsi, di riposare in Dio; dall'altra un'urgenza incalzante, data proprio da quell'avverbio. Ma credo che questo dica qualcosa del cammino del discepolo, che vuole entrare in profondità nella relazione con Dio.
 
Se è bene fermarsi, nel tempo di ricerca e di ascolto di Dio, il primo "subito" usato dall'evangelista ci mette in guardia da una prima tentazione. Per incontrare veramente il volto di Dio c'è da prendere le distanze dall'immagine di un Dio potente, di successo, che attira le folle con gesti sorprendenti come la moltiplicazione dei pani. C'è urgenza di allontanarsi da una logica di "potere" che piega le coscienze ammaliandole con effetti speciali, ma che confonde più che attirare; urgenza di non lasciarsi distrarre da ciò che concentra l'attenzione sul segno e non su Colui che lo compie, sull'effetto speciale e non sulla bontà di Chi si prende cura del cammino di ogni uomo. Non è il miracolo, non è la via facile, non è l'appagamento del proprio bisogno a nutrire davvero la relazione con Dio: ci sarà sempre bisogno di segni più eclatanti, sempre più potenti… ma l'unico segno che ci è dato è quello di Giona, quello della Pasqua.
 
C'è un secondo "subito" che ci preserva da una seconda tentazione: quella della paura. Gesù cammina sulle acque. Se nel libro dei Re la presenza di Dio è custodita dal silenzio, il vangelo ce la restituisce attraverso le acque — un'immagine interessante. Le acque di un mare o di un lago non sono il luogo della sicurezza, dove poter stare saldi e tranquilli: il dimorarvi presuppone instabilità, insicurezza, incertezza. Un po' come la vita di tutti i giorni. Nonostante tutte le sicurezze che cerchiamo di costruirci per attraversare le giornate, scopriamo che nessuna garanzia ci è data. Gesù che cammina sulle acque è forse l'annuncio di una presenza di Dio proprio lì dove facciamo fatica, proprio lì dove tutto sembra instabile. Vorremmo, dalla nostra fede, delle certezze; chiediamo al Signore cammini "solidi", dove il piede non vacilli — e invece Gesù ci dice che cammina con noi proprio in quelle acque turbolente. La nostra unica garanzia, la nostra unica stabilità, è la sua presenza su quelle stesse acque. La reazione dei discepoli è quasi buffa: impauriti, gridano al fantasma, come per dire — no! — non è possibile che Dio abiti l'insicurezza, Dio deve abitare solo le certezze. Invece la buona notizia è che Dio non ci preserva dalle fatiche e dalle incertezze della vita — perché l'incertezza non ha sempre una connotazione negativa, può essere semplicemente il segno che qualcosa di nuovo sta accadendo — ma ci raggiunge proprio dentro quelle fatiche, presente nonostante tutto: "Coraggio, sono io, non abbiate paura".
 
C'è infine un terzo "subito", che ci preserva dalla tentazione della disperazione. Pietro prova a muovere i passi sulla via della vita, che attraversa le acque instabili di un'esistenza che non si controlla, e sperimenta l'impossibilità di riuscirci da solo: comincia a sprofondare. Ma il Signore non tarda ad afferrargli la mano: "Subito Gesù tese la mano e lo afferrò". Il Signore è con noi come un genitore con il bambino che muove i primi passi, incerti e traballanti: lo incoraggia a osare, ma non permette che le cadute gli facciano male. È sempre lì, pronto a sostenerci, a tenderci la mano e ad afferrarci.
 
Forse, allora, questa domenica ci consegna un invito e un invio insieme. L'invito è quello di Elia e di Gesù: fermarsi, salire sul monte, lasciare che l'estate — con il suo tempo più disteso, con il silenzio e la natura che sanno parlare di Dio — diventi occasione per riconoscere la sua presenza. Ma subito, per tre volte subito, il vangelo ci ricorda che quella presenza non abita solo la vetta del monte: ci precede sull'altra riva, cammina sulle acque agitate del quotidiano, tende la mano proprio mentre stiamo affondando. Non dobbiamo scegliere tra il monte e la barca, tra il silenzio e la tempesta: il Dio che incontriamo fermandoci è lo stesso che ci invia, ed è presente — con la stessa fedeltà — in entrambi. Torneremo dalle nostre vacanze, riprenderemo i ritmi di sempre: che quel "subito" di Gesù ci accompagni, per riconoscere che anche lì, nelle acque instabili dei nostri giorni, Lui è già presente, con la mano tesa.

Fr. Emanuele 


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