Omelia per la XIII domenica del tempo ordinario - 28 giugno 2026
Il
vangelo di oggi ci presenta due tematiche apparentemente non collegate tra di
loro: la radicalità della sequela e il dovere dell’accoglienza e dell’ospitalità.
Le
espressioni di Gesù sembrano durissime, soprattutto nel riguardo delle persone
care da abbandonare per seguirlo. Cosa c’è di più caro dell’amore del padre o
della madre, del figlio o della figlia, eppure Egli vuole da chi lo segue che lo
si ponga al di sopra di tutto e di tutti, anche della propria stessa vita. E il
richiamo alla croce è molto chiaro. Anche il discepolo deve, come lui prendere
la sua croce ( e S. Luca aggiunge – ogni giorno - ) e seguirlo. Sì, anche la
vita non dev’essere trattenuta con avidità, ma donata, sul suo esempio: Egli
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso
assumendo la natura di servo e divenendo nostro fratello. Chi lo segue è
chiamato a fare la stessa cosa, deve “svuotare se stesso” per essere
completamente disponibile a Dio, come ha fatto anche la Vergine Maria, “piena
di grazia” perché completamente “vuota di se stessa” La serva del Signore che
si è fatto nostro servo, e ha messo al primo posto la volontà del Padre e l’amore
per ciascuno di noi, donandosi completamente: “avendo amato i suoi che erano
nel mondo, li amò fino alla fine”, senza risparmiare nemmeno il suo corpo e il
suo sangue.
Lui
per primo, quindi ha vissuto quanto domanda al suo discepolo: alla luce del mistero
pasquale nessuno di noi “ perde la propria vita” se la dona a causa sua e del
vangelo, ma la ritrova moltiplicata, trasformata in risurrezione e in salvezza
per tutti. Ecco il famoso centuplo riservato a coloro che hanno abbandonato
tutto per seguirlo, che non va mai disgiunto dalle persecuzioni e dalle
tribolazioni che una sequela autentica comporta. Il fulcro di tutto questo è
“spossessarsi” del proprio io, non farlo diventare il centro della nostra vita
e delle nostre relazioni, aprirlo al dialogo e al dono totale verso Dio e il
prossimo. Farlo diventare un crocevia di relazioni in cui si ritrova veramente
la propria identità, felice di donarsi senza cercare nessuna ricompensa o
tornaconto e tutto questo diventa “vita”! Quanto ci insegna la prima lettura in
questa prospettiva! La Sunamita, priva di figli, riversa i suoi sentimenti
materni sul profeta Eliseo approntandogli una stanza in cui non manca nulla
perché si possa sentire a suo agio … e riceve la ricompensa di un figlio che
aveva tanto desiderato. La sua ospitalità diventa fonte di vita! E anche nel
Vangelo si dice che una cosa semplice come un bicchier d’acqua dato a un
discepolo di Cristo non perderà la sua ricompensa. E’ l’obolo della vedova che
non ha donato del suo superfluo ma tutto ciò che aveva per vivere, e che Dio
non dimentica, ma restituisce moltiplicato. Il Signore è sempre un “gran
Signore” e nessun gesto, per quanto piccolo, se fatto con amore, non perderà la
sua ricompensa, e si rifletterà anche sul bene degli altri. Ecco perché ciò che
conta di più non è tanto la nostra salvezza personale, ma il nostro operare per
la salvezza di tutti “svuotando noi stessi” e di riflesso questa salvezza
raggiungerà anche la nostra persona.
Anche
S. Benedetto nella sua Regola vuole che il monaco abbia lo stesso distacco
dalle persone, dalle cose e perfino dalla propria vita quando ci dice che
“nulla dobbiamo anteporre all’amore di Cristo”, e che dopo la Professione
Monastica non siamo più padroni non solo della nostra volontà, ma anche del
nostro corpo. E’ evidente qui il richiamo alla “spogliazione” di Cristo, che si
è fatto nostro fratello, e poi nostro servo e infine nostro cibo, portando il
suo abbassamento e la sua donazione amando “fino alla fine”. Anche il monaco
dev’essere “vuoto di sé” se la Grazia di Dio e il suo Timore lo devono completamente riempire e pervadere.
In questo modo egli tiene sempre “occhi e cuore fissi su di lui” per farne il
suo modello e il suo esempio. E questo fa sì che egli non abbia nulla più caro
di Cristo e che lo sappia vedere ovunque e in chiunque. Non solo nella
preghiera liturgica e personale, ma anche nel lavoro e nella vita di tutti i
giorni, nell’Abate e nei fratelli che il Signore gli ha posto accanto, nei
malati e nei pellegrini, nei poveri e negli ospiti. E qui si nota il
collegamento tra la radicalità della sequela e l’ospitalità raccomandata nella
seconda parte del Vangelo di oggi. Accogliere gli ospiti, i poveri e i
pellegrini come Cristo stesso valorizza tutto quanto si fa quando si “dimentica
se stessi”rinunciando alla “volontà propria” e mettendo il bene degli altri al
di sopra del proprio bene personale. Così anche i gesti più semplici, come dare
un bicchier d’acqua, acquistano un valore immenso se intrisi di carità e fatti
gratuitamente senza voler alcun tornaconto. Gesti semplici che partono
dall’amore di Cristo e conducono chi li fa e chi li riceve all’amore di Cristo.
E questo vale per qualsiasi cristiano e non solo per i monaci o i consacrati.
Donare per amore dimenticando se stessi è veramente costruire il Regno di Dio.
Siamo sale e lievito, e quindi dobbiamo in un certo senso “morire” nella pasta
per darle sapore e farla fermentare, ma questa morte diventa salvezza e
risurrezione per molti.
E Gesù, da “gran Signore” com’è, non si lascia
battere in generosità e ci assicura che:
“Chiunque avrà lasciato casa, o fratelli, o sorelle. O padre, o madre, o figli,
o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita
Eterna.
fr. Gabriele



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