Omelia per i vespri della Solennità della Visitazione presso l'Abbazia di Staffarda - 1 giugno 2026
Celebriamo oggi la festa
dell’incontro: l’incontro tra Maria ed Elisabetta, tra il Salvatore e il Precursore,
tra la divinità e l’umanità.
Una festa che sembra
contrapporsi alla logica che abita questo periodo, una logica di “scontro”
piuttosto che di “incontro”. E non mi riferisco solo ai fatti di cronaca
internazionale, che forse ci trova tutti scandalizzati, ma al tempo stesso
impotenti - in fondo cosa possiamo fare noi per cambiare le sorti del mondo? - .
Ma mi riferisco a quella sottile logica di “competizione” che abita le nostre
giornate e che ci mette spesso in contrapposizione con coloro che abitano sotto
il nostro stesso tetto, con coloro con cui siamo chiamati a collaborare per
costruire un mondo migliore.
E la competizione non è mai
il luogo dell’incontro, ma della sfida. La competizione non incrocia mai lo
sguardo di coloro con cui io cammino, perché orienta tutto il desiderio – direi
la bramosia - verso l’oggetto agognato; tutto il resto è funzionale o una
minaccia da tenere sotto controllo o da arginare.
Invece il linguaggio con il
quale Dio si comunica all’uomo è quello dell’incontro. Ed il suo modo di agire
genera abbracci, incrocia sguardi, congiunge mani tese.
Sarebbe bello reperire tutte
le variazioni del tema dell’incontro che la Scrittura ci consegna, variazioni
attraverso le quali il Signore vuole dirci che Egli è vicino, che Egli si fa
incontro, che Egli si prende cura di noi. E scopriremmo che questo incontro
nasce dal desiderio di Dio di comunicarsi, ossia di condividere quella Vita che
nasce dal troppo pieno dell’Amore che abita nel cuore della Trinità.
Dio vuole comunicarsi! La
sua è una necessità, la necessità dell’Amore.
E nel brano che contempliamo
oggi, quello della Visitazione, emerge con forza questo desiderio, nella
persona di Maria, la prima che pienamente diviene grembo accogliente di questa “comunicazione
divina” che prende carne in Gesù. E con la Vita Divina nel suo grembo, la giovane
vergine di Nazareth muove i passi incontro alla cugina.
Non sono, infatti, passi
motivati dalla curiosità di vedere il segno offerto dall’angelo, non sono
neppure i passi motivati dal servizio presso l’anziana Elisabetta. Sono i passi
animati dal desiderio divino del comunicarsi, del dire l’Amore di Dio.
Sono tanti gli scritti di
esegeti e padri della Chiesa che hanno commentato questo brano. Recentemente mi
sono imbattuto in una lettera pastorale di Carlo Maria Martini – “Effatà” del
1990 - nella quale il pastore della
chiesa Ambrosiana sollecitava i fedeli della sua diocesi a riflettere sulla
dimensione della comunicazione. E al termine della sua lettera evocava il brano
della Visitazione come “modello” nel quale si possono ritrovare le costanti della
comunicazione divina che aveva descritto e sviluppato nel corso della lettera.
Ne ritengo alcune che mi
sembrano illuminare il testo del Vangelo di oggi e che potrebbero aiutarci nel
cammino della nostra vita da credenti.
La comunicazione divina:
-
Nasce dal silenzio e dal raccoglimento. La comunicazione di Dio non irrompe improvvisamente nel
rumore del mondo ma è preparata nel silenzio di un mistero taciuto per secoli (Rm 16, 25). Come fu per Maria, il cui
stile di vita era quello di un accogliente silenzio del cuore dove meditare
quanto vissuto, quanto ascoltato. Le poche parole di Maria che gli evangelisti
ci consegnano sono, direi, un distillato di questa meditazione che sgorga dal
Silenzio (vedi le profonde parole del Magnificat).
Quale attenzione ci concediamo per custodire un
accogliente silenzio del cuore ove meditare quanto accade?
-
La comunicazione divina
è poi progressiva. Dio non si rivela
tutto in un istante, ma attraverso una serie di eventi e parole che si
rimandano e si spiegano a vicenda nel tempo. Ha dunque bisogno di tempi, di
momenti, di pazienza. È qualcosa che è inscritta nella verità delle cose: una
vita nasce dopo 9 mesi di gestazione, come la vita che Maria ed Elisabetta
portano nel grembo. Inoltre Maria resta tre mesi da Elisabetta. Non c’è dunque
spazio per la fretta né l’impazienza. Il senso di questa nostra vita si rivela
nel tempo e la comprensione della logica di Dio è sempre qualcosa che ci
sorpassa. Dio spiazza sempre.
Quale è il motivo delle nostre agitazioni e della nostra
fretta che impedisce di cogliere il Signore che parla?
-
Proprio per questo
non bisogna temere di non comprendere tutto e subito, perché la comunicazione
divina procede in una dialettica di
manifestazione e nascondimento. Non è un crescendo di luce senza ombre.
Voler avere chiaro tutto e subito - ci ricorda Martini - è voler possedere,
dominare. Invece il cuore dell’uomo deve lasciare spazio all’inedito, anche a
ciò che spiazza, per lasciare lo spazio allo Spirito sussultare in noi.
Osiamo il coraggio di dimorare nella
dialettica tra manifestazione e nascondimento per lasciare spazio all’inedito?
-
La comunicazione
divina non raggiunge la sua pienezza
sulla terra, perché la pienezza appartiene alla vita eterna. Le vite che le
donne portano nel grembo non sono il loro compimento, ma rivelatrici di un
oltre. Giovanni Battista non sarà per i genitori, ma prenderà il largo nel
deserto di Giuda e così anch’egli non sarà il termine del cammino dei suoi
discepoli, ma semplicemente colui che indica loro l’Agnello. Anche quel Gesù
storico che Maria porta nel grembo e che ha camminato per le strade di Galilea
e di Giudea non sarà la fine del cammino dei primi credenti, ma Colui che
indica l’Oltre promesso, dove “Egli ci precederà”.
Resistiamo alla tentazione di voler fermarci
nella comodità dei porti raggiunti non volendo osare attraversare il mare
aperto verso lidi lontani?
-
La comunicazione
divina infine è qualcosa che chiede reciprocità.
La vita divina non può darsi all’uomo se l'uomo non dice il suo “Si”. Come
Maria che crede alle parole dell’angelo e dà il suo assenso, così è per il
cammino di ogni uomo. Il Signore bussa alla nostra porta… e del sì di ogni discepolo
ne beneficia e gioisce l’intera creazione, perché attraverso quel “sì” continua
a perpetuarsi l’incarnazione di Dio, la Sua presenza in questo mondo attraverso
le nostre vite.
Ho il coraggio di dire il mio “si” o
gioisco del “si” che i miei fratelli e sorelle dicono?
In questa sera nella quale i
nostri sguardi sono orientati al mistero della Visitazione, al mistero
dell’incontro, eleviamo anche noi il canto di lode con Elisabetta per il “si”
di Maria che ci ha donato Gesù, eleviamo anche noi con Maria il cantico del
“Magnificat”, riconoscendo ancora
oggi le grandi cose che il Signore ha fatto e farà per noi.

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