Omelia per la solennità del Corpus Domini - 7 giugno 2026

 


Quella che celebriamo oggi è una festa cara alla tradizione popolare e nel corso dei secoli tante sono state le forme per esprimere il proprio rendimento di grazie per il Signore che si dona in un po’ di pane e in un po’ di vino. Da tabernacoli maestosi, a processioni solenni, a vie infiorate lì dove passava l’eucaristia esposta ad adorazione della gente. Alcune di queste cose ancora esistono e attraggono lo sguardo e gli interessi di tanti… ma per fede o per folclore? Certo, l’una non esclude l’altro.

Forse però potremmo chiederci quale sia il senso profondo che abita la forma, oppure se siano forme che esprimono profondamente il senso della festa che si vuole celebrare.

La celebrazione del Corpus Domini nasce quasi mille anni fa con il desiderio di rafforzare la fede nella presenza reale del Signore nel pane e nel vino offerti durante la celebrazione dell’Eucaristia. Quel pane e quel vino consacrati sono realmente presenza del Signore in mezzo a noi! È Gesù stesso che ce lo ha detto: questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue! Attraverso questi semplici elementi, ordinari, ci è data la grazia di nutrirci della Vita Divina.

Ma credo che l’attenzione possa essere rivolta anche a un’altra dimensione. Adorare e nutrirsi di quel pane e quel vino sono cose profonde e necessarie — ma dobbiamo poter cogliere la pluralità delle sfaccettature che questa solennità ci consegna.

Mi piace l’insistenza con la quale Paolo, nella seconda lettura, parla della dimensione della «comunione». Non parla di mangiare e bere il pane e il vino. Scrive invece: il calice che noi benediciamo, il pane che noi spezziamo, rivolgendo l’attenzione non alle specie eucaristiche in sé, ma al cuore del senso che esse veicolano: la comunione. Ogni volta che ci ritroviamo insieme attorno alla mensa nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ci è data la possibilità di coltivare questa «comunione» tra noi e Dio. Dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui, il Signore, è in mezzo a loro! E questo nostro accostarci alla mensa dell’altare, mangiando e bevendo il Suo Corpo e il Suo Sangue, ha senso solo se alimenta questa comunione, questo desiderio di essere e rimanere in relazione con il Signore!

È bella l’espressione che usiamo quando ci accostiamo al Corpo e Sangue di Cristo: diciamo di andare a fare la comunione! Andiamo verso un segno che ha senso solo nella misura in cui il nostro desiderio di Dio è vivo. Altrimenti rischia di essere una forma vuota, se non superstiziosa o scaramantica (mi porta fortuna… lo faccio per evitare che mi accada chissà cosa…). Anche se è vero che è sorgente di ogni benedizione e grazia, ciò che deve stare a cuore a noi non è tanto ottenere una benedizione, ma coltivare il legame dal quale ogni grazia deriva.

Ciò che veramente conta, e ciò che celebriamo in questa festa, è allora l’incontro con Dio! Un incontro che passa attraverso il pane e il vino, attraverso la celebrazione dell’Eucaristia, dei sacramenti; che passa però anche attraverso l’ascolto della Sua Parola, attraverso la vita di quei fratelli e sorelle chiamati a nutrirsi dello stesso Corpo e dello stesso Sangue… e che sono con noi un solo corpo!

poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: infatti tutti partecipiamo all’unico pane.

Anche questo legame con i fratelli e sorelle è quel «Corpus Domini» che posso adorare, e attraverso il quale posso incontrare il Signore.

Ma mi colpisce come la Parola di oggi ci offra una provocazione ulteriore e fondamentale per entrare in questa comunione: la via privilegiata della memoria.

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere…

Ci dice il libro del Deuteronomio.

Un ricordo delle prove che il popolo ha attraversato per riguadagnare la libertà, ma soprattutto memoria di chi ha scoperto che senza Dio non si vive davvero. Memoria della cura del Signore che ha guidato, accompagnato e portato a compimento un cammino.

Di questa cura e di questo legame l’uomo ha bisogno, e l’esperienza del deserto per Israele ne è stata la manifestazione più viva.

Ma quando l’uomo dimentica che questo bisogno gli è insito — anestetizzato dalle ricchezze o dalle false sicurezze — rischia l’oblio… la peggior cosa che possa capitare, secondo la tradizione monastica.

Che il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile.

Dimentichiamo Dio quando pensiamo di poter fare a meno di lui; quando crediamo di sapere già da soli di cosa la nostra vita ha bisogno; quando arriviamo persino a stabilire come Dio dovrebbe agire e manifestarsi, rifiutando di lasciarci sorprendere dalle strade inattese attraverso cui il Signore sceglie di raggiungerci.

Non è diversa la reazione degli interlocutori di Gesù nel Vangelo: «Come può costui darci la sua carne?». Scandalo e incomprensione, perché Gesù si fa trovare dove non lo si aspettava: negli elementi ordinari di una vita quotidiana, in un po’ di pane, in un po’ di vino. Come si può accettare che Dio scelga di comunicarsi così?

Eppure, se facessimo memoria — come il Deuteronomio ci invita a fare — ricorderemmo che il cibo che Dio offre per il nostro cammino si manifesta sempre in modo nuovo e sorprendente: «una manna che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto». Dio non si lascia addomesticare dalle nostre attese.

Ecco allora al cuore di questa festa ci è rivolto un invito: a lasciarci interrogare sul nostro desiderio di quella Vita Divina che è nutrimento per il nostro essere. Il Corpus Domini non vuole lasciarci fermi nell’ammirazione di un segno — per quanto grande — ma spingerci a rinnovare il desiderio di quella comunione con la sorgente della nostra stessa vita.

Con quale forma esprimo questo desiderio? Come lo coltivo? Come lo lascio crescere?

 fr. Emanuele

 


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