Omelia per la III Domenica del Tempo Ordinario (anno A - 25 gennaio 2026)

 



È interessante osservare come, a distanza di un mese dalla celebrazione del Natale, le letture della liturgia continuino ad offrirci spunti di riflessione che ci riportano al cuore di quella notte. La luce brilla nelle tenebre, il giogo è spezzato, il bastone e la sbarra che opprime è deposta. 

Se la Parola continua ad insistere su questo messaggio forse è perché ne abbiamo bisogno e i timidi passi che abbiamo osato per accogliere la nuova vita che si presenta, necessitano di un incoraggiamento che ci conferma in quella scelta fondamentale che forse nel tempo di Natale abbiamo fatto. Come se il Signore ci esortasse a non stancarci, a non scoraggiarci, perché in mezzo al buio che possiamo attraversare una luce può rischiarare. Perché il peso della vita che rende impacciati i nostri passi, piano piano è spazzato via… insomma quel Regno che la nascita di Gesù è venuto a portare, è già qui in mezzo a noi. È vicino! Si è presentato come un germoglio, piccolo e fragile, ma al tempo stesso potente, che non teme le intemperie della vita e gli ostacoli. Il Regno c’è e sta nascendo!

È questione di sguardi sembra dirci oggi il Signore! Forse per renderci conto del Suo passaggio o di una nuova vita c’è bisogno di mettere in discussione il modo in cui vediamo le cose, il punto di vista da cui osserviamo la nostra vita e quella di chi ci sta accanto.

C’era una terra, quella di Zabulon e quella di Neftali, che erano considerate luoghi da cui non veniva nulla di buono… Una terra di confine, zona di contaminazione tra culture eserciti e religioni. Terra di passaggio delle vie commerciali dove ricchezze e beni non erano destinati a fermarsi – transitavano per un altrove – anche se di quella ricchezza anche quella terra beneficiava. Terra faticosa perché apparentemente sempre in via di definizione. Sempre un po' in cantiere. Una terra dove costantemente si rendeva necessario trovare una mediazione, un compromesso o trovare accordi per una convivenza pacifica in questa pluralità di presenze, di culture, di sensibilità e di anime. Una terra dove non c’è nulla di stabile e su cui allora sembra che non si può costruire nulla di solido, men che meno può trovare stabilità l’instaurarsi di un regno.

Nell’immaginario collettivo del pio israelita era il centro, era Gerusalemme - con il suo tempio, e con la purezza rituale - il luogo dove si doveva manifestare la gloria di Dio e in cui attendere la rivelazione del nuovo e potente messia!

Invece il Signore sembra dirci il contrario. È nella periferia che è sempre in divenire, è nel movimento costante, nello scombinamento delle carte e delle vite che la Vita passa. Ed in questa periferia Dio non sta… Dio cammina. È interessante il quadro che l’evangelista Matteo ci descrive. Gesù è sulle rive di questo lago e annuncia che il Regno è vicino. Ma si ha quasi l’impressione che questa predicazione sia una predicazione itinerante. Gesù cominciò a predicare… e mentre camminava…

È Gesù stesso il regno dei cieli che si fa vicino… è Lui che intraprende questo pellegrinaggio dal cuore del Padre fino a noi! È ciò che abbiamo celebrato a Natale ed è ciò che il Vangelo di oggi ci ripete! Egli cammina e la meta del Suo pellegrinaggio siamo noi. Ciascuno di noi! è questa una verità di fede!

Potremmo chiederci “come il Signore ci sta raggiungendo ora?”

Attraverso qualche evento che ci mostra prossimità, cura, attenzione e che è per noi fonte di consolazione?

Attraverso qualcosa che ci sprona a camminare e a vedere la vita da una altra prospettiva?

Forse è una Sua Parola che ci tocca il cuore! O forse è un silenzio abitato dalla Sua presenza.

O forse ci sta visitando attraverso qualcosa che mette in subbuglio tutta la nostra vita e di cui non riusciamo proprio a comprenderne il senso.

La sua venuta però sicuramente non ci lascia immobili. Non ci lascia tranquilli. Gesù è in cammino e guarda… ma coinvolge in questo sguardo le persone che incontra e le mette in movimento. Gesù vede Pietro e Andrea che gettavano le reti, così come Giacomo e Giovanni che le aggiustavano a riva. Gesù vede la vita di queste persone e le coinvolge in un cammino… venite dietro a me!  E in questa avventura non chiede loro di essere diversi, ma gli prospetta un nuovo modo per essere pescatori. Trovo interessante! Un Gesù esorta ad una sequela perché il discepolo possa vedere la sua vita da una prospettiva diversa. Quella secondo Dio!

In fondo è proprio dall’esperienza del loro essere pescatori che Gesù li coinvolge, ma li invita a vedere la loro vita altrimenti. Forse le loro vite di pescatori possono trovare pienezza e senso sperimentandosi in modo diverso: diventare pescatori, si, ma di uomini. E questa alternativa è Gesù ad offrirla… a loro è chiesto solo di seguirlo, di fidarsi: venite dietro a me!

Ci sono prospettive diverse dalle quali possiamo osservare la nostra vita, oltre le nostre comprensioni, oltre le nostre convinzioni. E questo orizzonte nuovo dobbiamo imparare a riceverlo. Il Signore ce le consegna attraverso la Parola, attraverso la relazione con Lui, attraverso la vita e le persone che incontriamo e che ci obbligano a smuoverci dalle nostre rive.

Ed è bello che questa Parola che ci provoca ad uno sguardo nuovo ci sia consegnata nel giorno in cui si chiude la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. C’è una prospettiva diversa con la quale possiamo vedere non solo la nostra vita, ma anche i nostri fratelli. San Paolo ci esorta a smuoverci dalle nostre chiusure o sguardi limitati. Vi esorto ad essere unanimi… perché non vi siano divisioni tra voi ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. È il Cristo l’elemento di unità che ci smuove ad andare oltre le nostre appartenenze e sensibilità e ci chiede di riscoprire nel volto del fratello, di ogni fratello, colui per cui il Cristo ha dato la sua vita. Che il nostro seguire il Signore, il nostro sguardo orientato su di Lui sia occasione di sguardi nuovi sulla nostra vita e sulla vita dei nostri fratelli e sorelle.

fr. Emanuele 

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