Omelia per la II domenica del Tempo Ordinario - Anno A - 18 gennaio 2026
Nei primi secoli della Chiesa si era ampiamente diffusa una
corrente di pensiero che riconosceva in Gesù delle qualità soprannaturali, ma
negava la sua divinità, non ammetteva che un uomo, che aveva vissuto in tutto
la nostra comune umanità, potesse essere Dio, potesse essere della stessa
sostanza del Padre. La Chiesa nascente si era battuta fortemente per affermare
il contrario e combattere questo pensiero che definì come la prima grande
eresia all’interno della sua storia, l’eresia ariana, dal nome del presbitero
Ario che fu il più grande promulgatore di questa concezione dell’identità di
Gesù.
Seppur non è del tutto immediato anche a noi oggi
comprendere la necessità o l’utilità di dover definire la vera identità di
Gesù, e ci pare assurdo che in questo tentativo si sia arrivati a dispute,
violenze, morti e perfino guerre di religione, intuiamo che la posta in gioco
di questa ricerca non si limita all’identità di Gesù, ma è ben più alta: dal
modo con cui comprendiamo lui e in quale rapporto sta con il Padre,
comprendiamo qualcosa anche della nostra identità, diamo un senso o un altro
alla nostra vita, al nostro modo di gestirla, di vivere le relazioni, di
cercare salvezza. A seconda di come capiamo Gesù, capiamo la nostra vita come
proprietà da difendere o dono da rimettere in circolo, capiamo l’altro come
antagonista alla nostra felicità e realizzazione o prossimo e fratello da
amare, capiamo la salvezza come fine da perseguire con ogni mezzo e ad ogni
costo, o realtà che prende forma dalla qualità con cui viviamo l’istante
presente.
Il bisogno, il desiderio di salvezza si può forse oggi
cogliere nella grande sete di interiorità, di raccoglimento, di meditazione che
abbiamo. C’è una chiara intuizione da parte di molti che non ci può più bastare
una vita vissuta solo in superficialità, di una vita basata sul solo produrre e
consumare; e sentiamo il bisogno di posizionarci ad un altro livello nei
confronti della nostra esistenza. Imparare ad essere attenti al momento
presente, acquisire consapevolezza, trovare quella equanimità, quella capacità
di accogliere la vita nei suoi aspetti più piacevoli e più spiacevoli senza
esserne travolti.
In questo esercizio di interiorizzazione ci si trova però
ben presto di fronte a un bivio: rientrando in se stessi c’è la possibilità di
ritrovarsi soli con sé, oppure quella di scoprirsi di fronte a un Altro, di
incontrare il totalmente Altro. E a seconda della strada imboccata, cambia
radicalmente l’idea di salvezza che ne deriva, intesa come qualcosa che uno
deve darsi da se stesso, guadagnare con le proprie forze, oppure come un dono
da accogliere da un altro, da chiedere, per sé e per gli altri. E di
conseguenza cambia anche la concezione di noi stessi, nel primo caso destinati,
obbligati ad essere autosufficienti e possibilmente onnipotenti, pena la
rassegnazione se non la disperazione che quella solitudine con se stessi può
comportare; oppure, nel secondo caso, consapevoli di essere artefici di
un’opera, di un’esistenza buona, il cui compimento ultimo è ancora e sempre
possibile grazie alla benevolenza di Dio.
Gesù sicuramente è stato un uomo che cercava l’interiorità:
si racconta che spesso di notte si alzava ed andava in luoghi deserti,
solitari. E ci sono riportati molti passi nei vangeli in cui questa sua
meditazione sfociava in un dialogo, si apriva ad una relazione con qualcuno che
chiamava Padre. In questo senso Gesù è stato un grande esempio per indicare un
cammino di libertà attraverso una meditazione che diventa comunione, che
diventa preghiera.
Ma in questo suo progressivo percorso di rivelazione a se
stesso e agli altri, prende corpo la sua vera identità: si va consolidando la
consapevolezza che lui non è un uomo carismatico tra tanti altri, ma è il
Messia, il Cristo, l’Unto. A partire dalla Pasqua, dalla sua passione, morte e
risurrezione, i suoi discepoli si convincono di trovarsi dinnanzi all’unico
vero Signore; e non solo dinnanzi, ma anche immersi e abitati dal suo Spirito.
Con il battesimo credono che Egli vive e agisce in loro. Gesù non è più quindi
soltanto un esempio, un modello, una via tra tante altre, degne di altrettanta
considerazione, per imparare l’interiorità, la padronanza di sé, la carità, il
servizio; ma innanzitutto è il figlio di Dio che si è incarnato e manifestato
al mondo, e continua a rendersi presente in tanti modi tra i quali i
sacramenti, a partire dal battesimo, con il quale si unisce a noi, si innesta
in noi, scorre in noi come una sorgente sotterranea che periodicamente
riaffiora e porta vita.
È questa sua presenza che libera, che riscatta, che pone
fine alla schiavitù e dà salvezza: potremmo mai pensarci capaci, da soli, con
le nostre forze, di togliere il male che anche solo in questi ultimi mesi
abbiamo visto aggiungersi alla storia dell’umanità? Potremmo salvarci da soli?
C’è forse qualcosa di tutto ciò e chissà quanto altro, nel
significato delle letture di oggi e nel senso delle parole di Giovanni battista,
quando esclama: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del
mondo! …è lui che battezza -immerge- nello Spirito Santo
... Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.
C’è la confessione della sua divinità; la conseguente nostra
nuova identità di figli, “santificati in Cristo Gesù, -scrive san Paolo-
santi
per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del
Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro”. Ci
sono la sua unicità, la sua universalità e la sua potenza liberatrice, secondo
quanto scrive il profeta Isaia: “È troppo poco che tu sia mio servo … ti
renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità
della terra”.
Fr. Amedeo


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