Omelia della XVI domenica del Tempo Ordinario - Anno A
La Parabola della zizzania è una delle parabole di Gesù più conosciute, tanto che nel linguaggio corrente si usa quel termine per indicare il fatto di mettere discordia o di boicottare un lavoro altrui o le buone relazioni che possono intercorrere fra le persone. Gesù conosce il male che rischia di annidarsi nel cuore e ci insegna a metterlo in luce per poterlo sconfiggere, Spesso è un male che forse non vogliamo, ma che esce senza controllo e se ci esaminiamo siamo stupiti di aver detto parole o posto azioni in cui noi stessi non ci riconosciamo. Come per i servi una prima reazione è quella di perdere la testa e fare cose avventate, che non portano alcun bene; che sia nei nostri confronti o verso le azioni degli altri. Gesù però parla di un nemico. Con questa parola Egli indica in genere il vero nemico di Dio e dell’uomo, il nemico comune che non vuole l’amicizia fra noi e il nostro Creatore, per questa ragione il Verbo di Dio è sceso nella nostra carne per vincerlo e rendere sana e indistruttibile l’amicizia in cui siamo stati voluti. “Un nemico ha fatto questo!”; non comincia con l’interrogare e ancor meno con l’accusare i servi di non aver scelto un seme pulito: indica da dove esce il male. Il Signore ci libera dai sensi di colpa ingiusti e ci fa prendere coscienza che noi siamo stati posti dalla sua parte e che esiste un nemico (il suo nemico) che vuole distoglierci da questa alleanza, farci dimenticare il bene da cui siamo nutriti e sostenuti, per poi poterci accusare e creare una inimicizia. È la distruzione dell’opera di Dio: questo è il suo scopo. In fondo, di noi si importa poco, non siamo creature splendide come lui, ma siamo amati. Per far male a qualcuno bisogna toccare l’oggetto del suo amore, e Dio ci ama addirittura più di se stesso, tanto da accettare di essere messo a morte per comunicarci questo suo amore. La prima lettura, dal libro della Sapienza è un testo che ci insegna a riconoscere la giustizia e la grandezza del progetto di Dio su di noi: tutti quei piccoli o grandi sospetti che l’uomo lascia correre nel suo cuore su Dio trovano chi li fa nascere e li alimenta: sono opera del Divisore, quel diavolo che non si rassegna a vedere che il povero uomo, creatura fragile e debole è custodito dalla tenerezza divina, mentre lui, creatura forte e splendida, l’ha rifiutata e ora è torturato dalla mancanza, non perché Dio non lo ami, è una sua creatura, ma perché non è capace e non ha la volontà di pentirsi e di mendicare l’amore perduto. L’orgoglio non si sradica nemmeno in inferno! La Sapienza ci ha fatto dire: “Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere”. Questo siamo chiamati a riconoscere come presenza operante nella nostra vita. San Paolo ci aiuta ad avere fiducia in questa fedeltà del Creatore: Gesù morendo sulla Croce ci ha dato il suo Spirito, lo Spirito ricevuto dal Padre, e: “lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.” Ecco il grande alleato a cui dobbiamo affidarci. Il nemico ha lavorato di notte, lo Spirito ci pone nella sfolgorante luce di Dio e intercede per noi in questa luce. Il Vangelo di oggi ci istruisce con due altre parabole, piccoline ma dense. Quella del piccolo seme e quella del pizzico di lievito: anche queste ci incoraggiano. Non abbiamo bisogno di vedere un grande esercito venire in nostro aiuto: il Signore agisce di nascosto e il tempo è suo alleato. Il lievito non agisce come un trapano che scava subito un buco appena lo si mette in moto: ha bisogno del suo tempo; vorrei dire ha bisogno che il nostro gesto e la realizzazione del dono di Dio ci sia il tempo dell’attesa e della preghiera, cioè dell’affidamento. Così anche fra il seme che cade in terra e la pianta che sostiene gli uccelli c’è un tempo: quello dell’umiltà in cui non si vede niente, quello della cura in cui si innaffia per far crescere e poi infine il tempo del ringraziamento, perché possiamo dire a Dio: non a noi Signore non a noi, ma al tuo Nome dà gloria. Il risultato dell’alberello non è opera nostra, ma dono della natura creata di Dio. La promessa finale rimane sempre qualcosa che non possiamo immaginare: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!”; e per realizzarla il Signore si serve di creature ben più grandi e luminose di noi: gli angeli, la cui bellezza e forza non sono i doni straordinari, ma la prontezza nell’obbedire a Dio, anche mettendosi al nostro servizio.
p. Cesare


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