Omelia per la XIV domenica del Tempo Ordinario - 5 luglio 2026
“Venite” è l’invito personale rivolto a ciascuno di noi, che
il vangelo oggi ci fa; “venite” è anche l’invito che noi monaci riceviamo ogni
mattina, iniziando la giornata intervallando il salmo 94, chiamato appunto
salmo invitatorio, con un’antifona che dà il colore al nuovo giorno, ma che inizia
sempre con la parola “venite”. Nella liturgia sembra quasi che ci chiamiamo
l’un l’altro, consapevoli che non è scontato anticipare la levata del sole
anche in questi giorni in cui si assenta solo per poche ore: ma c’è una buona
notizia che motiva quell’alzata. Venite, adoriamo Cristo risorto;
oppure Venite,
acclamate al Signore, ascoltate oggi la sua voce; oppure Venite, adoriamo il
Signore, la sua gloria risplende nei santi. “Venite” perché la
domenica si celebra la risurrezione di Cristo, il motivo della nostra speranza;
“venite” perché ogni giorno della settimana può essere motivato da una voce e
una parola che gli dà significato; “venite” perché il nostro andare può trovare
una direzione anche nell’esempio di tanti testimoni che ci hanno preceduto e
hanno tracciato una via particolare di quel “venite”.
E di quello che la liturgia ci mette sulle labbra per
incoraggiarci ad accogliere questo invito, Gesù si fa destinatario, meta di
quel movimento: “Venite a me”.
Ma probabilmente sia la liturgia che Gesù stesso attingono
questo invito da una tradizione che li precede entrambi: la letteratura
sapienziale. “Venite,
mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato”
si legge nel libro dei proverbi (Prov. 9,5); “Venite, avvicinatevi, voi che siete
senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Fino a quando volete
rimanerne privi, mentre la vostra anima ne è tanto assetata? … Acquistatela
senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo, accogliete l’istruzione. Essa
è vicina e si può trovare. Vedete con gli occhi che poco mi faticai, e vi
trovai per me una grande pace”, è scritto nel libro del Siracide
(Sir 51,23-30).
In tanti altri passaggi di questi libri si trova c’è la
personificazione della sapienza, che invita a tornare, che grida per le strade,
fa udire la sua voce nelle piazze … (cfr Prov.1,20 ss).
Gesù si sta quindi identificando alla sapienza, una sapienza
però particolare, perché indirizzata anche a chi è senza istruzione, purché sia
un cercatore, abbia cioè un’anima assetata; si sappia un piccolo, un bisognoso,
non abbia la presunzione di essere già arrivato, l’arroganza di possedere già
tutta la verità. È inoltre una sapienza gratuita, un dono, nel senso che non
richiede virtù, esperienze o qualità eccezionali, ma semplicemente la disponibilità
a dimorarvi, a sedersi alla sua scuola. Anch’essa ha le sembianze di un giogo,
ma ciò che la contraddistingue da altri gioghi è che nella distanza, nel
protrarsi della vita, fa faticare di meno e fa trovare una grande pace: è un
giogo dolce e un peso leggero. E addirittura procura gioia: “Si diletti l’anima
vostra della misericordia del Signore; non vogliate vergognarvi di lodarlo”,
conclude il Siracide; fonte di gioia che pure Gesù si attribuisce, promettendo
ristoro agli stanchi e oppressi che vanno a lui.
Suona strano allora che il Vangelo inizi oggi con
l’affermazione che tante cose rimangono velate proprio ai sapienti e ai dotti,
ai prudenti, mentre sono rivelate ai piccoli. Forse per comprendere ciò può
venire in aiuto un’altra figura ricorrente nei libri sapienziali, che ha un
comportamento inizialmente simile a quello della sapienza, nel suo attrarre,
nell’invitare ad entrare nella sua casa, nel pronunciare anche lei “Venite”. È
la figura della prostituta che cerca di adescare, sedurre in tanti modi,
catturare …
È questa immagine di sapienza che Gesù scarta, perché,
passate le apparenze e il piacere del momento, finisce per accecare anziché
illuminare: perché diventa una conoscenza che seduce, raggira, manipola,
vincola, anziché rendere liberi -basta pensare alle ideologie omologanti dei
regimi e delle sette, rispetto alla pluralità di pensiero delle democrazie e
degli ambienti sinodali-. È la
conoscenza finalizzata al potere, al diventare come Dio, che Adamo ha cercato
di accaparrarsi, a differenza di Gesù e di quei piccoli che egli indica nella
disposizione di accogliere la somiglianza a Dio come dono che Egli offre
nell’adozione a figli.
C’è quindi anche una sapienza arrogante, che si fa
antagonista di Dio, con cavalli, archi e carri da guerra, diceva la prima
lettura, che vuole usurpare e prendere il posto, sostituirsi all’altro; è la
sapienza dell’autosufficiente che vuol conoscere le cose per controllare,
possedere, dominare e mettere tutto al servizio del proprio egoismo e protagonismo.
E c’è invece dall’altra parte una sapienza umile, che cavalca un asino, che sa
benedire, cioè riconoscere i beni ricevuti ma anche andare oltre quei beni, per
aprirsi alla relazione con il donatore.
In questo senso l’analogia più forte di questo “venite”, che
distingue il vero sapiente dal seduttore, la sapienza che libera da quella che
lega, mi pare sia la gratuità. Di fronte alla costante tentazione di instaurare
solo rapporti interessati tra gli uomini, in cui si cerca nell’altro un
guadagno, un profitto, un vantaggio, in cui ci si dà soltanto in cambio di
qualcosa, in questa esclamazione benedicente di Gesù emerge la sua scoperta e
il desiderio di comunicare una possibile relazione che si posiziona ad un
tutt’altro livello. Queste periodiche esclamazioni di gioia e di lode di Gesù
che troviamo nel vangelo manifestano la sua progressiva esperienza di una
relazione originaria fatta di un amore totalmente disinteressato, gratuito, di
dono di sé incondizionato tra Padre e Figlio, tra amante e amato.
Gesù ci rivela un Dio che non è altro che amore reciproco: i
piccoli sono coloro che si riconoscono bisognosi di questo amore e accolgono di
esservi introdotti in esso da colui che dice “Venite a me”.


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