Omelia per la solennità di Pentecoste (24 maggio 2026)

 



   Abbiamo cantato la sequenza di Pentecoste. Ricchissima di immagini stupende che definiscono sia la Persona che l’azione dello Spirito Santo in noi. Nella prima strofa lo si invoca perché mandi a noi dal cielo un raggio della sua luce. Ricordatevi dell’iconografia dell’Annunciazione. Se Maria viene ritratta prima che dia il suo assenso, ci sono solo i due protagonisti con il libro della parola in evidenza. Ma se il pittore vuole esprimere il mistero dell’incarnazione dopo l’assenso di Maria, ecco che viene raffigurato appunto, un raggio di luce che viene dal cielo, o dalla Mano del Padre, con la presenza o meno della colomba, e a volte anche con il bambino che porta una piccola croce sulle spalle. Questo raggio raggiunge Maria o sulla fronte, o sul cuore, o sul grembo, a seconda che l’autore voglia sottolineare la concezione del Verbo nell’intelletto, nel cuore o nel grembo di Maria. E’ utile ricordare qui una stupenda omelia di S. Bernardo, che parla appunto di Maria che ha concepito prima nell’intelletto e nel cuore il Verbo, e poi nel grembo.

   La prima strofa della sequenza chiede quindi allo Spirito che quanto è avvenuto in Maria si attui nella chiesa e nella nostra anima.

    La seconda strofa lo definisce “padre dei poveri, datore dei doni, luce dei cuori” , e ci ricorda che Egli può compiere grandi cose solo con le persone che accettano la loro povertà, vivono la vera umiltà, si lasciano riempire dei suoi doni perché non hanno nulla di proprio, si lasciano illuminare della sua luce perché sono docili ai suoi impulsi. Solo la durezza di cuore può “legargli le mani” ed è questa la “bestemmia contro lo Spirito Santo che non sarà perdonata in eterno” l’atteggiamento di coloro che, pur di non accogliere Gesù come messia attribuivano a Satana i suoi miracoli, pensando assolutamente di essere nel giusto e non mettendosi per nulla in discussione. Anche qui teniamo presente l’immagine di Maria, povera e umile, modello e icona della Chiesa, che lo spirito Santo ha coperto con la sua ombra ricolmandola dei suoi doni e rendendo il suo cuore e il suo essere la dimora di Dio, splendente della sua luce.

   La terza strofa lo presenta come “consolatore”. Paraclito. Era un avvocato che stava accanto agli imputati, consolandoli nei processi che si tenevano contro di loro e difendendoli. Quante volte il nostro spirito amareggiato cerca conforto dagli uomini, e spesso non ci rivolgiamo al “consolatore perfetto” al “dolcissimo sollievo” . E che gioia pensare che abbiamo questo dolce ospite costantemente nell’anima! Davvero non esiste nessuna religione che abbia la sua divinità così vicina. Siamo tempio della Trinità. Lo Spirito in particolare, dopo il Battesimo e la Cresima abita elle nostre anime in un modo singolare, le plasma ad immagine di Cristo perché il Padre chinandosi su di noi veda anche in noi i lineamenti del suo Figlio diletto nel quale ha posto le sue compiacenze.

   La quarta strofa lo definisce “riposo nella fatica” ,“riparo nella calura” conforto nel pianto” notate come tutte le caratteristiche dell’uomo, comprese la stanchezza e il pianto non sfuggano alla suo presenza e alla Sua azione. Se Cristo ha assunto e redento “tutto” della nostra umanità, condividendo e santificando anche la fatica, la stanchezza e il pianto, lo Spirito Santo cerca di aiutarci a vivere queste realtà con gli stessi atteggiamenti di Cristo, in modo da purificarli e santificarli perché siano vissuti in modo a Dio gradito. Il cristiano non è un masochista, non cerca il dolore per il dolore né la croce per se stessa. Quando però gli capita, e questo è inevitabile, sa viverla con serenità e dignità, con la forza dello Spirito Santo, e tutto questo diventa un “prolungare nel mio corpo i patimenti del Cristo per la salvezza del mondo”.

    La quinta strofa torna al tema della luce presente nell’intimo dei cuori: la definisce “beatissima”: davvero una persona docile all’azione dello Spirito vive in questo mondo ma non è del mondo e prova una gioia e una pace che sono solo un piccolo assaggio della beatitudine celeste, e soprattutto, fa nascere nei lontani la nostalgia di Dio.

     La sesta strofa passa al tema della forza. E dice chiaramente che senza questa nulla è nell’uomo (si richiama alla creazione quando Dio soffia il suo spirito nelle narici dell’uomo ed esso prende vita: tutto in noi è sotto l’impulso dello Spirito, di “nostro” c’è solo il peccato!: infatti quando facciamo il bene siamo ispirati, preceduti e accompagnati da Lui: noi collaboriamo solamente). Per questo S. Benedetto, nel capitolo quarto della sua regola suggerisce al monaco di “attribuire a Dio tutto quanto si fa di bene; il male invece attribuiamolo a noi”, questo ci aiuta a tenerci in umiltà e da allo Spirito la massima “libertà di azione” in noi.

La settima è l’ottava strofa insistono sulla sua azione di conversione, perdono, cura dai nostri peccati e dagli atteggiamenti sbagliati nella nostra vita, Il richiamo è senza dubbio evidente per i due sacramenti della “rinascita in Cristo”: il Battesimo e la confessione. Con l’acqua siamo stati rigenerati (lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido) con il battesimo delle lacrime, o confessione, vengono risanate le ferite da noi inflitte a noi stessi e al Corpo Mistico della Chiesa (sana ciò che sanguina), Pentendoci sinceramente e immergendoci nella misericordia di Dio diventiamo docili all’azione dello Spirito che piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido e raddrizza ciò che è sviato.

   La nona strofa parla di “fedeli” e chiede i doni dello Spirito, i carismi, per la santificazione della Chiesa e dei singoli. Possiamo vedere questa strofa  E’ la strofa che apre l’inno alla dimensione ecclesiale. Dovremmo essere in grado di “sentire con la Chiesa”, come diceva S. Ignazio di Loyola anche quando preghiamo per la nostra docilità personale all’azione dello Spirito e questo “sentire con la chiesa” per noi personalmente si attua nella costruzione della piccola chiesa delle nostre comunità religiose. I doni che lo Spirito ci fa sono per tutti, soprattutto per i fratelli o le sorelle che il Signore ci pone accanto. Questo è possibile se confidiamo “solo” in Lui, vedendo nella luce giusta ciò che, umanamente parlando, può dare una sicurezza, che è sempre relativa, quando non è del tutto inconsistente o falsa.

   E l’ultima strofa ci apre all’eternità: dona virtù e premio, morte santa e gioia eterna: anche la nostra santificazione e il paradiso sono opera sua: La conquista delle virtù non è per abbellire noi stessi di fronte agli altri (come per i farisei) ma è per rendere più luminoso il paradiso: là non ci saranno più invidie e gelosie, perché tutti saremo felici della felicità degli altri e perfettamente contenti del grado di gloria che avremo, e la nostra gioia sarà contemplare Dio eternamente in comunione con i nostri fratelli di fede: ma per far questo occorre passare attraverso una morte santa. Anche questo dono la Chiesa ci insegna a chiederlo allo Spirito Santo. Lui, che dà la forza ai martiri di conformarsi a Cristo in vita e in morte, può anche guidarci all’incontro definitivo con Dio non con la paura di un giudizio terribile per le nostre colpe, ma con la fiducia di chi si abbandona nelle braccia amorose del Padre, come Gesù, come S. Stefano, come tutti quei santi del quotidiano che abbiamo visto morire bene nel Signore.

    Lasciamoci guidare da questa preghiera, recitandola lentamente, gustandone ogni parola, guardando con immensa fiducia allo Spirito e lasciandoci guidare da Lui. E permettiamo poi al nostro cuore di proseguire applicandola concretamente alla nostra vita e a quella della nostra comunità.

fr. Gabriele 

Commenti

Post più popolari