Omelia per la V domenica del Tempo di Pasqua - 3 maggio 2026
Anche se l’evangelista Giovanni colloca questo discorso nel
corso dell’ultima cena, non è per niente fuori luogo leggerlo in questi giorni
che seguono la Pasqua e precedono l’ascensione del Signore. In entrambi i casi
è imminente una separazione, un addio, che sia quello provocato dalla passione
e morte del Signore o quello generato dall’ascensione del Risorto. Ogni
allontanamento in principio è motivo di turbamento, disorientamento, paura. Si
lascia una situazione certa per iniziarne una sconosciuta, sia per chi parte,
sia per chi rimane. Può esserci il fascino della novità, un respiro di sollievo
per una liberazione da una condizione di fatica, non buona, ma in ogni caso si
entra in una situazione di incertezza, incognita.
“Non
sia turbato il vostro cuore” esordisce oggi il Signore, che vuole
aiutarci a gestire questi sentimenti di inquietudine. “Continuate a
credere in Dio e continuate a credere anche in me”.
Egli sostiene che ciò che può liberarci dall’ansia dello sconosciuto è la fede.
Neppure Lui è rimasto immune, estraneo da questi sentimenti, -il turbamento di
fronte alla tomba dell’amico Lazzaro, al momento dell’annuncio del tradimento
di Giuda, l’angoscia nell’orto degli ulivi-; ma ciò che gli ha permesso di non
rimanere schiacciato dalla paura è stata la sua fiducia nel Padre.
La fede aiuta a prendere le giuste distanze da una realtà
insidiosa, di fronte alla quale ci assale una paura paralizzante; perché ci
permette di allargare lo sguardo in un orizzonte più largo, che fa cogliere
nuove possibilità di movimento e di manovra. La fede consente di essere ancora
creativi anche quando la paura tende a immobilizzare, a non far più vedere
soluzioni possibili.
La fiducia data e ricevuta fa crescere le possibilità, al
contrario della paura, che blocca: allo stesso tempo rende più liberi dal
presente, dai problemi che improvvisamente ci piombano addosso, e ci rende più
capaci di interagire responsabilmente con essi.
Ma c’è un altro aspetto che emerge quando leggiamo questo
discorso di Gesù pensandolo pronunciato durante l’ultima cena o riletto alla
luce della risurrezione. Quello che si scopre è che, in entrambi i casi,
l’amore trasforma. “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio …
perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,16-17): è
per amore che Dio diventa uomo, che “pur essendo di natura divina assume la
condizione di servo divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7),
scrive san Paolo. Ma sentirci oggi dire che, una volta preparati i posti, il
Signore verrà di nuovo, ci prenderà con sé, affinché dove è Lui possiamo essere
anche noi, significa che l’amore non trasforma soltanto l’amante, ma trasforma
anche l’amato, trasforma anche noi: il suo amore ci purifica, ci guarisce e ci
eleva alla sua statura, ci fa commensali e abitanti della sua casa. “Sappiamo che quando
si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui. Perché lo vedremo così come egli
è” (1 Gv 3,2), afferma ancora san Giovanni. È come quando una persona deve
arrendersi di fronte all’estremo atto d’amore di un’altra, è costretta ad
abbandonare il proprio rifiuto e ostilità e non può che lasciarsi cambiare da
quell’amore ricevuto.
È una trasformazione che nasce non semplicemente a causa del
dovere, di sdebitamento o di imitazione; l’amore è contagioso, tocca gli
affetti più intimi come sono quelli domestici, che appunto Gesù usa oggi come
immagine della relazione eterna tra Lui e noi … “Nella casa del Padre mio vi sono
molte dimore … vi prenderò con me affinché dove sono io siate anche voi”.
Nel nuovo modo con cui Gesù è presente nel mondo dopo la
risurrezione, il suo amore inizia a trasformare noi, gli amati. A differenza
del cibo che una volta assunto diventa qualcosa di noi, assimilando il suo
Corpo nell’eucaristia siamo noi ad essere resi simili a Lui; ricevendo il suo
Spirito, a partire dal giorno di Pentecoste, siamo noi ad essere divinizzati.
“Del luogo dove io vado, voi conoscete la via”,
aggiunge ancora il Signore. Per amore Egli si è fatto uomo affinché
noi, trasformati dal suo amore, siamo resi simili a Lui. La via per raggiungere
quella dimora, quel luogo che ci ha preparato è quindi in fondo il comandamento
dell’amore. Anche in questo aspetto c’è un bel accostamento all’eucaristia,
quando al termine della consacrazione del calice il Signore ci dirà “Fate questo in
memoria di me”. In queste parole non c’è soltanto l’invito
a ripetere le parole e i gesti dell’ultima cena, ma c’è l’indicazione della
via. È come se il Signore dicesse: “donate anche voi la vostra vita per amore,
concepite la vostra vita in questa direzione, amatevi gli uni agli altri come
io ho amato voi, perché in questo sta la via, la verità e la vita”.
C’è un’ultima osservazione allora che potremmo ricavare
mettendo insieme questi pensieri, e che ci riporta all’inizio del vangelo di
oggi: questo amore totale che il Signore ha vissuto e propone, e che realisticamente ci appare
irraggiungibile, -al di fuori della nostra portata- non è stato neppure per lui
il frutto di una straordinaria forza di volontà e determinazione. Ciò che ha
reso possibile questo amore a Gesù -e a quanti al suo seguito hanno saputo
imitarlo- è stata la sua fiducia, la sua obbedienza, il suo affidamento al
Padre; ed è per questo che, prima ancora di dirci cosa fare, ci rivolge queste
parole sul come stare: “Non sia turbato il vostro cuore: continuate a credere
in Dio, e continuate a credere anche in me”.


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