Omelia per la Solennità dell'Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo - 17 maggio 2026
Ci lamentiamo della situazione del mondo e non ne mancano le ragioni. Il mondo è ferito e lo è sempre stato, altrimenti non sarebbe stata necessaria l’Incarnazione del Verbo. Oggi il Signore ci apre uno spiraglio di speranza: il mondo non gli è sfuggito dalle mani e non rotola verso il nulla, nonostante tutto ciò che vediamo: guerre, assassini, violenza, impero della ricchezza che schiaccia la grande parte dell’umanità, ecc. Eppure, segnato dalle piaghe del mondo, che conserva su di sé come gioielli preziosi, il Verbo di Dio, il Figlio diletto coeterno al Padre, sale con sulle spalle tutto quell’orrendo peso e lo consegna al Padre perché quella Vita che il Creatore ha voluto trionfi. Oggi tutta la creazione e in particolare tutta l’umanità entra nella Luce gioiosa e splendente e ne rimane trasfigurata. Il Corpo umano che Dio ha voluto prendere per esserci vicino, tanto da essere guardato come uno di noi, tessuto di un amore infinito, si consegna nelle mani di Colui che gli ha dato la vita, una vita che l’uomo ha massacrato, e la riceve nuova, non per sé, ma per tutti noi. Se gli angeli dicono agli Apostoli di smetterla di guardare in alto ciò vuol dire che l’umanità del Dio-con noi non abbandona la terra e che a loro è affidato il compito di condurre alla pienezza ciò che è stato seminato nella tomba e che è risorto per dare una nuova vita a tutto. Come ci ha detto San Paolo: “Tutto egli (il Padre) ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose”. Questo è ciò che il gruppetto degli apostoli e dei discepoli e discepole ha ricevuto sul monte su cui Gesù li ha condotti, non per abbandonarli, ma per aprire davanti a loro un nuovo orizzonte in cui Lui sarà sempre presente e agirà con il suo Spirito che effonderà largamente su tutta l’umanità. “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Questa parola finale del Signore ci accompagna e ci dona la forza per condurre il buon combattimento del Bene, contro quel nemico che, pur vinto dalla Croce, continua a ruggire contro i diletti del Creatore. Per questo San Paolo ci augura che il Padre “illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi”. Siamo forse ciechi? In parte possiamo dirlo, ma il compito che Gesù ha dato a tutta la sua Chiesa, a partire dallo sparuto gruppo che l’ha accompagnato fino al termine del suo cammino terreno, è quello di accendere la Luce nei cuori affinché vedano ciò che il Signore ha già fatto per noi e così prendendo per mano tutti gli uomini facciano scorgere la strada da percorrere, strada di speranza che ci fa vedere la grandezza della potenza del suo amore, che lotta per noi nell’intricata boscaglia dei rovi del male, che sembrano dominare sulla terra, ma che non possono distruggere il Paradiso che ci è destinato. Oggi, dunque, non è la memoria di un’assenza, ma di una gioiosa presenza, nuova, fedele e invincibile, presenza che illumina la nostra vita. È il giorno in cui Gesù ha messo nel cuore dei suoi discepoli il seme della Speranza e ha chiesto loro di custodirlo nel calore della carità fraterna e della preghiera. Ha comandato di gettarlo a piene mani su tutta la terra. Poi sboccerà e lo Spirito santo illuminerà, darà forza e vera sapienza, e manderà non dei sapienti di questo mondo, ma quel povero gruppo rimasto fedele, nonostante la grande fragilità, al suo Maestro fino alla fine e saranno portatori della vera Sapienza, quella del Verbo che illumina tutto il mondo. Nel clima del Cenacolo, in cui si sono raccolti dopo aver visto il Signore salire là da dove era venuto, matureranno nel loro cuore e nella loro intelligenza la grandezza del messaggio del Signore e illuminati dallo Spirito potranno annunciarlo al mondo intero e lanciare una Parola che riecheggia ancora oggi ed è la nostra gioia, la nostra speranza, la nostra forza di vivere. Cerchiamo di ripetere con parole nostre e secondo la nostra capacità di capire, ciò che la Chiesa ci ha fatto pregare e ci fa pregare in questa giornata di luce festosa: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria”. Abbiamo ricevuto una meta verso cui volgere il nostro cammino: non una grotta oscura come nella notte dell’Incarnazione, ma un Regno di luce che accende di forza viva la nostra speranza.
P. Cesare



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