Omelia per la VI domenica di Pasqua - 10 maggio 2026
Abbiamo ascoltato nella seconda lettura l’invito ad adorare il Signore, il Cristo, nei nostri cuori; ci é chiesta prontezza per rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi.
Bello questo
invito!
Possiamo,
però, veramente affermare di avere in noi una speranza? Quale la ragione da cui trae origine questa speranza?
La speranza a
cui ci invita l’apostolo Pietro, raccoglie tutta la sua forza dalla
consapevolezza di comprendere che il Signore è sempre accanto a noi e non ci
abbandona mai.
Papa
Francesco, in una udienza aveva commentato questo passo della lettera di
Pietro, affermando che il segreto e la forza delle parole dell'Apostolo
stanno nel fatto
che questo scritto affonda le sue radici direttamente nella Pasqua…
facendoci percepire la luce e la gioia che scaturiscono dalla morte e
risurrezione di Cristo…. Ricordarci che Cristo è risorto, è vivo fra noi, è
vivo e abita in ciascuno di noi. È per questo che Pietro ci invita
con forza ad adorarlo nei nostri cuori. Lì il Signore ha preso dimora nel
momento del nostro battesimo e da lì continua a rinnovare noi, la nostra vita,
ricolmandoci del suo amore e della pienezza dello Spirito.
… la nostra
speranza non è un concetto, ne un sentimento… la nostra speranza è una Persona,
è il Signore Gesù che riconosciamo vivo e presente in noi e nei nostri
fratelli, perché Cristo è risorto.
Cristo abita
in noi! Allora, la nostra speranza è una Persona!
La parola del
Vangelo, così, risuona con tutta la sua potenza ed esplicita, rinvigorisce
ancora di più questa speranza.
Gesù,
allontanandosi dai suoi per
entrare nel Padre, ci tiene a sottolineare che il suo congedo non è una
assenza: non vi lascerò orfani.
Non lascia soli, infatti, i suoi discepoli e non ci lascia soli. Prega,
piuttosto, il Padre perché invii lo Spirito di Verità, quello Spirito che apre
gli occhi del cuore, dei nostri cuori, e che fa vedere e conoscere (ri-conoscere)
la Sua presenza nella nostra vita.
Dio non ci
abbandona! Mai, infatti, siamo privati di una relazione con chi
è l’origine della vita. E questa, ritengo, sia una parola di
consolazione! Abbiamo un Padre nel cielo che si prende cura di noi; abbiamo il
Cristo che intercede per noi presso il Padre; abbiamo uno Spirito mandato da
Dio in noi, nella nostra vita. Non siamo orfani!
Ma se
questa è una parola di consolazione, forse lo è, anche, di
esortazione.
Dio ci mette
in guardia dal rischio di pensare che sia possibile nel mondo che cambia una
vita senza un Padre, una vita da orfani, una vita autosufficiente, una vita da
autodidatta, una vita autoreferenziale.
Forse tutti
noi, qui, oggi, diciamo di credere in un Padre, di avere un Padre, ma la nostra
vita rischia di contraddirlo e di contraddire il nostro essere figli.
Abbiamo certo
un Padre che ci promette di prendersi cura di noi, ma, tante
volte, crediamo di dover essere noi a trovare
una soluzione a tutti i problemi che ci assillano; abbiamo un Padre
che ci invita al perdono, ma alla fine siamo noi che riteniamo di
doverci fare giustizia; abbiamo un Padre che ci dona dei
fratelli, ma forse rischiamo di vederli come una minaccia,
anziché una risorsa, un dono.
Al tempo
stesso, però, avere consapevolezza di un Padre che si prende cura di noi, non
significa un invito a vivere nella
passività, o in una remissività per certi versi infantile. Piuttosto,
ciascuno di noi è chiamato a mettere in gioco se stesso con
tutto ciò che gli appartiene: l'intelligenza, la creatività, la
disponibilità, la volontà stessa.
L’invito a
non vivere da orfani è, invece, l’invito a lasciare aperta la porta dello
stupore; l’invito a credere che un “oltre” può essere sempre
donato, di “non smettere
di attendere l’inatteso”.
Attendere
l’inatteso! Curiosa questa espressione, ma molto significativa. Attendere non
ciò di cui conosco bene i contorni, ma ciò che il Padre ha da sempre preparato
per me; attendere l’irruzione di una novità nella mia vita, l’irruzione
della vita nuova che sempre va al di la delle nostre aspettative, della nostra
immaginazione, della comprensione dei nostri bisogni. Tutto questo in
fondo è riconoscere che all’origine della nostra vita non ci siamo noi, ma che
l’origine della nostra vita è altrove, è nel cuore di Dio.
Non vi
lascerò orfani: parola che rassicura e che consola, parola che esorta, ci
esorta, ad avere uno sguardo orientato al di fuori di noi
stessi. Una vita aperta ad un
oltre, una vita che custodisce una relazione che trasforma;
l'amore rende simili all’amato ed è per questo che la nostra vita si trasforma
ad immagine di Colui verso cui il nostro sguardo è orientato.
Letta da
questo punto di vista, allora, l’affermazione di Gesù “se mi amate, osserverete i miei comandamenti” può essere accolta, non come un dovere, ma come conseguenza.
Il comandamento di Gesù, l’unico grande comandamento, quello dell’amore di Dio
e del prossimo, è semplicemente conseguenza, è semplicemente risposta, è
semplicemente vivere come prolungamento della Vita Divina: é vivere
nell’amore.
fr. Emanuele



Commenti
Posta un commento