Testi e riflessioni del Sentiero dei Testimoni di Vita


INTRODUZIONE



O amico, che ti inoltri per i sentieri di questa valle, sii il benvenuto.

Il sentiero che si apre davanti ai tuoi passi non è solo un itinerario tracciato nella natura incontaminata di questa montagna, ma si fa simbolo e specchio del cammino stesso della vita. Lungo la via che ti conduce verso il monastero, non sarai solo: sarai accompagnato dalle voci, dai pensieri e dai vissuti di differenti testimoni che hanno cercato, prima di te, un senso profondo nel loro andare.

Attraverso i loro passi, sarai invitato a fare sosta, a guardarti dentro e a riflettere sulla tua esistenza, sulle sue fatiche e sulla sua quotidiana bellezza, attraverso alcuni aspetti importanti della vita monastica. Questo percorso vuole essere una preparazione all'incontro con la comunità monastica che ti aspetta, ma ancor prima un viaggio interiore che tocca l'essenza profonda di ogni essere umano.

Mettiti in viaggio con cuore aperto e lasciati guidare. Buon cammino!




 01

IL LAVORO

 

Il Creatore ha lasciato all'uomo il compito di lavorare e portare a compimento la terra: con le sue mani amorose l'ha plasmata e l'ha regalata all'uomo chiedendogli di compierne la bellezza e l'utilità. Il monaco, nel suo servizio divino, volentieri accetta questo compito e col suo lavoro procura il necessario alla sua comunità e ai poveri che bussano alla porta. Necessariamente ciò che fa serve anche quanti non lo conoscono e la sua speranza è che tutto serva a portare l'uomo e Dio in un'unica comunione. Qualunque lavoro il monaco faccia, se nell'obbedienza e non in vista di un'auto-realizzazione, questo lo fa sperare nella Redenzione universale, in un amore che non ha confini.


Dalla Regola di San Benedetto (cap. 48) 

L'ozio è nemico dell'anima. Per questo i fratelli in alcuni momenti devono essere occupati nel lavoro manuale, in altri nella lectio divina. E se le condizioni del luogo o la povertà richiedono che i monaci si occupino loro stessi di raccogliere le messi, non se ne rattristino, poiché allora sono veramente monaci quando vivono del lavoro delle loro mani come i nostri padri e gli apostoli. Ogni cosa però sia fatta con misura a motivo dei deboli. Ai fratelli malati o di salute cagionevole si assegni un incarico o un lavoro, così da non lasciarli in ozio, ma esso non sia tale da opprimerli con una fatica eccessiva e da indurli a fuggire. L'abate deve avere riguardo per la loro debolezza.

 

Note biografiche  —  San Benedetto da Norcia

Norcia (Perugia), ca. 480 — Montecassino (Frosinone), 21 marzo 543/560

È il patriarca del monachesimo occidentale. Dopo un periodo di solitudine presso il sacro Speco di Subiaco, passò alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana. In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura meditata della parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola. Paolo VI lo proclamò patrono d'Europa (24 ottobre 1964).

 

 Domande:

1. Nella mia vita quotidiana, il lavoro che faccio (in casa, in ufficio, a scuola, nel volontariato) lo vivo come un peso da sopportare o come un modo per costruire qualcosa di buono per me e per gli altri?

2. San Benedetto dice che «l'ozio è nemico dell'anima»: c'è oggi qualcosa che sto rimandando o evitando, e cosa mi costerebbe — o mi darebbe — il mettermi finalmente in movimento?

 




02

LA VITA COMUNE

 

  


Il monaco apre il suo cuore affinché l'amore di Dio lo riempia; dalle parole di Gesù sa che l'amore che riceve non può nutrirlo se non trova un passaggio aperto verso i fratelli e le sorelle del mondo intero. Il monaco sceglie di vivere con dei fratelli perché vuole servire e vivere l'amore divino con essi. Li riceve non da una scelta oculata di ciò che potrebbe soddisfarlo, ma dalle mani della Provvidenza, e, alla scuola del Vangelo, impara ad amarli e a servirli come Dio stesso fa. La vita fraterna gli è necessaria perché sa che per amarlo Dio ha scelto quella comunità e quelle persone e con tutta la vita si applica a scoprirne e gustarne la bellezza.


Dal trattato sulla vita comuni di Baldovino da Ford

I loro membri non sono che un cuore e un’anima sola, hanno tutto in comune, per tutto, hanno lo spirito di concordia, si mostrano unanimi. Sempre danno priorità a ciò che è utile agli altri e al bene comune, anteponendolo agli interessi particolari. Rinunciano così bene a se stessi e a ciò che loro appartiene, che ciascuno, se è un vero membro della comunità, si guarda bene, nelle decisioni da prendere o nei consigli da dare, dal difendere con ostinazione il proprio sentimento, di cercare di imporre autoritariamente i desideri del proprio cuore o la propria volontà, di non avere la minima cosa come propria, personale… E più l’amore è grande, più è forte il legame e grande la comunione; e inversamente, più la comunione è grande, e più è forte il legame e intimo l’amore.

 

Note biografiche  —  Baldovino da Ford 

Nato intorno al 1125 nel Devonshire, in Inghilterra, figlio di un uomo di chiesa, studiò diritto canonico e teologia, probabilmente a Exeter e poi a Bologna. Avviò una brillante carriera ecclesiastica al servizio di Eugenio III, papa di origine cistercense, per poi fare ritorno in Inghilterra. Nel 1169 lasciò tutto per abbracciare la vita monastica nell’abbazia cistercense di Ford, di cui divenne presto abate. Nonostante il breve soggiorno in monastero, intuiì che la vita monastica è da intendere essenzialmente come ricerca della comunione, e nei suoi importanti trattati sulla vita cenobitica fu il primo a sostenere che ogni comunione discende da quella che regna fra le tre Persone della Trinità. Nel 1180 fu eletto vescovo di Worcester e nel 1184 arcivescovo di Canterbury. Sotto il regno di Enrico II difese attraverso la predicazione e gli scritti la memoria del suo predecessore Thomas Becket. Percorse il Galles con Giraldo Cambrense in cerca di fondi per la Terza Crociata, trovando infine la morte nel 1190 ad Acri (o Tiro), durante la spedizione in Terra Santa.

 

Domande:

1. Penso alle persone con cui condivido la vita (famiglia, colleghi, amici, questo stesso gruppo in cammino): quanto riesco davvero a mettere il bene comune prima dei miei interessi personali?

2. C'è una relazione, in questo momento della mia vita, in cui fatico a «rinunciare a difendere il proprio punto di vista»? Cosa mi aiuterebbe a viverla con più apertura?



03

IL SILENZIO

 

 

 Gesù ha chiesto: “Siate come me miti e umili di cuore”. Questa mitezza e questa umiltà il monaco le vive soprattutto col silenzio. Esso non è mutismo, ma è vissuto soprattutto col non imporsi, nel non voler apparire, nel non giudicare. Il silenzio è il custode di queste virtù. Tacere anche quando si è ingiustamente criticati, o rinunciare a difendere una idea che pare buona, è scegliere una vita nascosta, quando non è importante dire o ricordare qualcosa che serve a tutti. Il silenzio delle parole, nei gesti e nei movimenti, non crea un’assenza, ma una presenza discreta e pacificante.


Dai Discorsi ascetici di Isacco di Ninive 

“Sopra ogni cosa ama il silenzio, perché esso ti avvicina a un frutto che la lingua è incapace di descrivere. In un primo momento forziamoci di tacere, e poi dal silenzio nascerà in noi qualcosa che ci condurrà verso lo stesso silenzio. Che Dio ti conceda di sentire quel qualcosa che nasce dal silenzio! Se intraprendi questa condotta non so quanta luce sorgerà in te.”


Note biografiche  —  Sant’Isacco di Ninive 

Isacco, “cantore dell’amore infinito di Dio”, nacque nella regione del Beth Qatraye (moderno Qatar), sulle rive del Golfo persico, agli inizi del VII secolo. Dalle scarne notizie biografiche di cui disponiamo, sappiamo che si diede alla vita monastica fin da giovane, assieme al fratello. Fu consacrato vescovo dal catholicos di Seleucia-Ctesifonte, mar Giorgio. Ma appena cinque mesi dopo, non si sa con certezza per quali motivi, si dimise dall’episcopato e lasciò la città di Ninive. Si ritirò come eremita, dapprima sul monte Matut, poi nel monastero di Raban Shabur, nella regione del Bet Huzaye (in Persia). Tornato semplice monaco, trascorse tutta la vita nella preghiera e nello studio delle Scritture. Morì in tarda età, ormai cieco.

 

Domande:

1. Quanto spazio di silenzio reale (senza telefono, senza rumore, senza parole) riesco a ritagliarmi nella mia giornata o nella mia settimana?

2. Isacco di Ninive dice che dal silenzio «nascerà in noi qualcosa che ci condurrà verso lo stesso silenzio»: ho mai fatto un'esperienza simile? Cosa mi impedisce di cercarla più spesso?


04

LA LECTIO DIVINA 

 




 

La continua e silenziosa conversazione col Signore non è un soliloquio del monaco, ma un vero dialogo, in cui il Signore parla per primo. La Lectio è un ascolto della sua parola a cui risponde, anche se questo non è sempre necessario, lasciando che la sua Parola lo interpelli fino in fondo e faccia il suo cammino fino al suo cuore. Si passa da un ascolto mentale a un ascolto cordiale, che genera una risposta. In questo modo si conosce sempre meglio il Nostro Signore e la sua Parola ci nutre, rallegra e istruisce.


Dagli scritti di don Mario Picco

Ti pare poca cosa quando dici che il contenuto della buona battaglia è conservare la fede? E che altro? Stiamo insieme scommettendo che la pienezza di Dio esploderà. Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà ancora la fede sulla terra? Conservare la fede forse significa solo conservare il grido “Maranatha!… Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. È l’Avvento, il tuo, il nostro tempo, il tempo più nostro che non Pasqua e Pentecoste.


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L’uomo abbandona il suo Signore per cercare lontano da Lui l’ambigua libertà e l’impossibile pienezza, ma Dio non abbandona l’uomo. Egli non abbandona Gesù, come poteva far supporre il Suo silenzio nell’ora del grido sulla croce. Lo risuscita.

Il sepolcro, simbolo e dimora della morte, è vuoto, non custodisce nessun cadavere. La vittoria della morte su Gesù è stata momentanea e passeggera. Un uomo così, fedele al Padre e tutto per i fratelli, non poteva rimanere morto. Risuscitando Cristo Dio rivela qual è la meta di una vita spesa per gli altri. La vita nuova di Dio irrompe là dove c’è sacrificio, rinuncia, spogliazione, fedeltà per amore. Il Risorto è il Crocifisso.

 

 Note biografiche  —  Don Mario Picco

Don Mario Picco torna a Dio improvvisamente, a causa di un incidente stradale, il 4 novembre 1990, all’età di soli 42 anni. Era nato a San Biagio di Centallo il 3 gennaio 1948, quartogenito di 5 figli. Entrato in Seminario a Fossano, matura la vocazione e compie tutto il percorso di studi per il sacerdozio. Nel luglio del 1972 viene ordinato presbitero nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo di Caraglio, dove nel frattempo si è trasferita la sua famiglia. Poi è a Roma per tre anni, alla Pontificia Università Gregoriana, dove consegue la licenza in Teologia dogmatica. Rientrato in diocesi nel 1975, ricopre vari incarichi: è vicerettore del Santuario di Cussanio, Assistente diocesano di Azione cattolica, insegnante di religione all’Istituto professionale per l’agricoltura di Cussanio, delegato per la Pastorale diocesana. Intanto, frequenta l’Università Cattolica di Milano per la Laurea in Filosofia. Nel 1981 viene nominato rettore del Seminario vescovile di Fossano (incarico che mantiene fino alla morte) e per alcuni anni insegna religione al Liceo Scientifico di Fossano. Dal 1986 è docente nello Studio teologico interdiocesano e nell’Istituto superiore di Scienze Religiose a Fossano. La salma di don Mario riposa nel cimitero di Caraglio.

 

Domande:

1. Anche senza chiamarlo «lectio divina», esiste per me un testo, una frase, una parola (di un libro, di una canzone, di una preghiera) a cui ritorno perché sento che «mi parla»? Perché proprio quella?

2. Il testo dice che si passa da «un ascolto mentale a un ascolto cordiale, che genera una risposta»: nella mia vita, so distinguere tra ascoltare qualcosa con la testa e lasciarmi davvero toccare il cuore? Quando mi è successo l'ultima volta?


 

05

LA PREGHIERA 

 

 

Il monaco sa che è chiamato a tenersi davanti al suo Creatore e Redentore, a vivere con Lui cosciente di essere portatore, come il Cristo stesso, di tutta l’umanità: spesso, pecore perdute senza pastore. Porta nella sua preghiera e nell’incontro tutto il gemito della terra, la gioia dell’umanità, la supplica che sgorga dalla dolorosa condizione di vita, l’abbandono di ogni persona che ha lottato e alla fine deve accettare che le mani del Signore lo conducano per la strada a lui destinata. Il monaco nella sua preghiera fa uscire dal cuore il “sì” che lui stesso fatica a dire. Lo dice sapendo che esso non riesce a uscire dal cuore di molti.


Dagli scritti di Leletta 

Confrontando Babele con la Pentecoste, si vede che lo stesso Spirito crea unità di lingua e comprensione. E perché? Perché lo Spirito scende NEL SILENZIO DELLA PREGHIERA che lo attira, facendo tacere la chiacchiera. Le cose essenziali si raggiungono nel silenzio. C’è già, nella Natura, il grande silenzio riposante della notte e delle alte cime, c’è il silenzio di chi pensa, ricordandosi che l’uomo è un essere pensante, c’è il silenzio di chi riflette sulla sua ricerca di Dio, rinunziando per Lui a molte cose, c’è il silenzio di chi medica piaghe, di chi veglia, di chi soffre, di chi muore. E c’è il silenzio da cui esce la Parola di Dio, il Suo Verbo sapiente, che esprime e manifesta Dio stesso.

“È nel silenzio che Dio genera l’Onnipotente suo Verbo, e nel silenzio Esso deve essere ascoltato dall’anima.” (s. Giovanni della Croce)

 

Oppure

 

…Siamo così poveri! E come “non sappiamo pregare” — ed è san Paolo che lo dice! – così non sappiamo al momento cos’è bene per noi, perciò spesso conviene abbandonarsi agli avvenimenti che il Misericordioso volge in bene.

…San Tommaso pregava così, senza ragionare, con il suo testone contro il Tabernacolo e con il sole nel cuore. L’essenziale è star molto con il Signore, anche se non si dice niente, perché fa da Raggi X e penetra ogni nostra fibra.

… intanto ho rubato ed adottato la tua bella preghiera, certamente ispirata: “Ti do le mie paure, dammi la tua forza”

 

  

Note biografiche  —  Leletta d’Isola

Leletta nasce a Torino il 1° aprile del 1926. Nel novembre del 1942 la famiglia di trasferì da Torino a Villar, una frazione di Bagnolo Piemonte. Dal settembre del 1943 Villar e la residenza di famiglia furono al centro del teatro delle lotte partigiane che coinvolsero la valle Infernotto, Barge, Paesana, la Valle Po e le valli confinanti e che videro protagonista la Divisione Garibaldi in Piemonte con il sostegno della popolazione civile. La famiglia di Leletta si schierò dalla parte dei partigiani e il Pâlas divenne rifugio, nascondiglio e luogo di cure per partigiani, ebrei e perseguitati.

Nel 1947 pronunciò i voti domenicani col nome di Suor Consolata, ma dovette rinunciare alla vita religiosa e al suo rigore per motivi di salute. Divenne terziaria domenicana. Si laureò in filosofia ed insegnò a Bra, a Chieti ed infine nel 1959 si trasferì ad Aosta, dove insegnò storia e filosofia. Alla fine degli anni ’80 Leletta e Aimaro donarono all’Ordine Cistercense il terreno di famiglia situato in località Prà d’Mill, per la fondazione del Monastero Dominus Tecum. Dal 1966 Leletta visse al priorato di Saint Pierre, dove rimase fino alla morte, sopravvenuta dopo lunga malattia nel 1993. Nel 2012 venne aperta la causa per la sua beatificazione.


Domande:

1. Che cos'è per me pregare, oggi — è un gesto che faccio ancora, un ricordo di un tempo passato, o qualcosa che non ho mai davvero sperimentato? In ogni caso, cosa porterei «in silenzio davanti a Dio» (o davanti a me stesso) in questo momento della mia vita?

2. Leletta d'Isola scrive: «Ti do le mie paure, dammi la tua forza»: quali sono, oggi, le mie paure più vere? A chi o cosa affido la ricerca di una forza più grande della mia?




 

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