Omelia per la XXIII domenica del Tempo Ordinario - Festa annuale degli amici - 6 settembre 2026

 



C’è sempre il rischio, quando ci si incontra e si parla con qualcuno, di interpretare ciò che viene detto da una certa prospettiva cosicché la comprensione di quanto è detto e di quanto avviene è inquinata da quel pregiudizio… o almeno se non inquinata, rischia di cogliere un unico aspetto perdendosi la totalità e la complessità di ciò che vuole essere comunicato. 

Accostandomi a questa Parola, sentivo questo rischio. Ci vengono consegnati dei precetti, ci viene narrata la deviazione dell’empio, e vengono descritte delle procedure per correggere colui che si smarrisce.

Insomma c’è il rischio di fissarsi di più sull’indurimento di cuore dal quale il salmo ci mette in guardia:

ascoltate oggi la sua voce. Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere

Ma due dettagli attiravano la mia attenzione e mi spronavano a contemplare la Parola da un altro punto di vista.

Il primo lo prendo dalla prima lettura. Il Signore si rivolge al profeta richiamandolo alla missione nel quale lo aveva posto: essere sentinella per la casa di Israele. Essere colui che vigila per la vita e la sicurezza degli altri.

Sin dalla Genesi la preoccupazione del Signore è di non lasciare l’uomo abbandonato al proprio destino - Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile (Gen 2,18) - ben conoscendo che il cuore della sua amata creatura, lasciata a sé stessa, rischia presto di allontanarsi dal progetto di felicità e di pienezza immaginata dal Creatore. L’uomo non è creato per essere solo, né per essere in competizione, ma il Signore ha posto nel cuore dell’uomo il desiderio e al tempo stesso la missione di comunione che si esprime nella dinamica della cura. E sin dalle prime pagine il Signore cerca di rendere consapevoli i suoi figli di questa profonda verità. Rivolgendosi a Caino il Signore gli chiede: “Dov’è Abele tuo fratello?” … eppure sin dalle origini il rischio dell’uomo è quello di prendere le distanze da questa verità: “Sono forse il guardiano/custode di mio fratello?”.

Invece oggi la Parola ci invita a risvegliare la nostra coscienza sulla dimensione della cura attraverso la quale si manifesta la comunione. La sorte del mio fratello, della mia sorella non mi è e non mi deve essere indifferente, perché il precetto dell’amore è il compimento della Legge, ci ricorda anche san Paolo. Questo perché? Perché il Signore è presente lì dove c’è comunione, dove due o tre sono uniti nel Suo nome. Per questo la sorte di chi mi sta accanto non mi deve essere indifferente, per questo sono chiamato a prendermi cura di chi cammina accanto a me, perché lì dove c’è cura, dove c’è amore, dove c’è riconciliazione, dove c’è perdono donato e ricevuto, la presenza di Dio in mezzo a noi è garantita. Lui è lì!

È bello che questa Parola ci sia rivolta proprio nel giorno in cui viviamo la festa annuale con voi. Come fosse un invito a prenderci cura delle relazioni tra noi, perché se “la missione” della nostra comunità monastica è quella di incarnare il saluto dell’Angelo a Maria - Dominus Tecum, il Signore è con te!  - questo non può avvenire senza che si prenda a cuore e ci si prenda cura gli uni degli altri, dapprima nella vita del cerchio ristretto delle relazioni  - per noi nella comunità, per voi nel contesto familiare – senza che questo sia esclusione dei cerchi più larghi… avere a cuore e avere cura di tutti, senza distinzione alcuna.

È un invito, è una urgenza… senza la quale rischiamo di non vivere, senza la quale rischiamo di disperderci lontano da Dio.

È interessante anche la sottolineatura del Vangelo. Lì dove anche il fratello sbaglia, nel prenderci a cuore il suo cammino, non ci è detto che avremo fatto il nostro dovere, ma Gesù ci dice che avremo guadagnato il nostro fratello. Guadagnare! Che bella sottolineatura… perché in quella comunione guadagnata c’è un dono tanto grande: l’amicizia e la fraternità di colui che “guadagniamo”, ma anche la presenza del Signore in mezzo a noi! dove due o tre…

Poi c’è un secondo dettaglio che mi colpiva e che prendo dal Vangelo.

Nella prassi di correzione fraterna che Gesù indica sono previsti tutta una serie di passaggi, di istanze: prima in modo riservato, poi davanti a qualche testimone, poi davanti a tutta la comunità. Poi alla fine Gesù, di fronte a coloro che sono totalmente recalcitranti e non vogliono assolutamente recuperare il desiderio di una comunione, afferma: sia per te come il pagano e il pubblicano. Cosa significa questa espressione di Gesù? La domanda rimane aperta. C’è tutta la dimensione della libertà dell’uomo di fronte alla quale Dio stesso rimane impotente, rispettandola profondamente. Ma al tempo stesso, se andiamo a vedere quale sia stato, nel Vangelo, l’atteggiamento di Gesù nei confronti dei pagani e dei pubblicani, anche questa espressione può essere una provocazione e una occasione di conversione del cuore. Se il nostro atteggiamento di fronte a coloro che recalcitrano contro di noi deve essere lo stesso che Gesù ha avuto nei confronti dei pubblicani e dei peccatori, allora c’è ben poca scelta se non quella di coltivare una comunione e una apertura di cuore nonostante tutto. Mantenere il cuore aperto, mantenere il desiderio di comunione, nonostante questo sia un canale a senso unico… nella speranza che questa prossimità e questo desiderio di comunione possa aprire vie inattese di comunione. Allora la gioia del ritrovarsi assumerà la stessa fisionomia dell’incontro con Dio.

Ecco allora che i due dettagli si tengono insieme e ci indicano una sola strada. Essere sentinella per il fratello e restare aperti alla comunione anche quando essa sembra un cammino a senso unico sono, in fondo, la stessa vocazione: quella di non arrenderci mai a considerare la sorte dell'altro come cosa che non ci riguarda.

Oggi, in questa festa che ci raduna come amici del monastero, questa Parola non è un invito che dobbiamo tenere in grande considerazione: invito a custodirci gli uni gli altri, a non stancarci di cercare il volto di chi ci sta accanto anche quando la strada si fa in salita, a credere che ogni gesto di cura, ogni pazienza coltivata nella speranza, ogni perdono concesso o ricevuto sia già un varco attraverso cui Dio entra in mezzo a noi. Perché è questo, alla fine, il dono più grande che possiamo scambiarci in questo giorno: non solo la gioia di ritrovarci, ma la certezza che, dove c'è chi si prende cura dell'altro, il Signore è presente – Dominus tecum, il Signore è con te, il Signore è con noi.

fr. Emanuele 

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