Omelia per la IV domenica del Tempo di Pasqua - 26 aprile 2026
La quarta domenica di Pasqua è in genere
dedicata alla contemplazione di Gesù buon Pastore, o del bel Pastore, come si
potrebbe anche tradurre, e in modo più rispondente alla gloria del Risorto che
contempliamo in questo periodo liturgico. Nella sequenza di Pasqua abbiamo
infatti cantato: “L’Agnello ha redento il suo gregge, Cristo l’innocente ha
riconciliato i peccatori al Padre”: ha dato la vita per le sue pecore, amandole
“fino alla fine” per questo è stato glorificato dal Padre, “che gli ha dato un
nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gasù ogni
ginocchio si pieghi, e ogni lingua proclami che Gesù è il Signore a gloria di
Dio Padre”.
Non è un’immagine nuova. Anche nel Primo
Testamento, soprattutto nei profeti e nei salmi Dio viene spesso paragonato al
Pastore del suo popolo, insieme alle altre immagino con cui viene descritto:
quella dello Sposo, del Re e del Padre. E in questa immagine non si risparmiano
anche i tratti di una profonda tenerezza per il popolo che egli guida: “Come un
pastore fa pascolare il suo gregge, porta gli agnellini sul petto e conduce
pian piano le pecore madri”. Basterebbe anche solo ricordare il salmo 22 “Il
Signore è il mio pastore, non manco di nulla, ad acque tranquille mi conduce,
mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino...”. E in questa luce è anche
bello ricordare che, nel vangelo di Luca,
il buon pastore crocifisso ha preso sulle sue spalle per primo il buon
ladrone: la prima pecorella smarrita, e l’ha riportata all’ovile del paradiso,
dopo che, col suo atto di fede, questi l’aveva chiamato Re, pur nel suo apparente fallimento, almeno dal punto di
vista umano, e si era appellato alla sua misericordia.
Ma oggi il Signore non si definisce solo il
Buon Pastore, ma anche “la porta” delle pecore. Per capire bene questa immagine
dobbiamo tener presente l’uso dei pastori in Palestina ai tempi di Gesù: dopo
aver fatto pascolare le loro greggi durante il giorno, i pastori le portavano
in in grande recinto, che aveva solo una porta di accesso, con un guardiano, e
le greggi si mescolavano tra loro per il riposo notturno. All’alba ogni pastore
chiamava le sue pecore con un richiamo particolare, e solo le sue pecore lo
seguivano distaccandosi dalle altre in mezzo alle quali avevano dormito. Gesù
prende questa immagina per definire il suo rapporto unico e originale con
ciascuno di noi. Ci conosce per nome, ci chiama ad uno ad uno e ci invita a
seguirlo. E solo se ci sentiamo “suoi” riconosciamo la sua voce. Il discepolo di Gesù condivide fino in fondo
con lui la sua vita e il suo destino, in una comunione personale unica e
profonda, che lo fa diventare “una cosa sola” con lui, e di conseguenza, con
tutti quelli che il Battesimo ha innestato in Lui, come membra di un unico
corpo.
Questo è ben espresso da una riflessione di
Madre Canopi sulla professione monastica. Dopo aver letto la carta di
professione il nuovo monaco che emette i suoi voti solenni, si pone davanti
all’altare, e intorno al lui si mettono in cerchio solo i fratelli della
comunità che lo accoglie per sempre. Alzando le mani canta tre volte “Accoglimi
, Signore, secondo la tua parola e avrò la vita, non deludermi nella mia
speranza”, versetto che subito dopo di lui i suoi fratelli ripetono,
concludendo poi tutti insieme con il “gloria”. Madre Canopi dice che questa
invocazione è la voce della pecora smarrita che chiama il pastore perché la
salvi, e, subito dopo, i suoi fratelli, a uno a uno lo rialzano di peso,
impegnandosi così a camminare insieme a lui verso il vero ovile della vita
eterna in comunione con la Santissima trinità, quindi, concretamente, le
braccia del buon pastore sono quelli dei suoi fratelli che lo prendono sulle
loro spalle. E’ certamente
un’interpretazione molto suggestiva, e richiama anche l’immagine dell’Abate
nella Regola: egli, come il buon pastore, deve prendere sulle sue “sacre
spalle” le sue pecore, soprattutto quelle fragili e inferme. Questo ci apre
alla riflessione sulla seconda immagine, quella della “porta”, che, nel Vangelo
di Giovanni è anche legata alla teologia del
vero tempio che è il “Corpo di Cristo”.
Se
mettessimo in mano a S. Giovanni, non la penna ma i pennelli e i colori, e gli
chiedessimo di rappresentare la Crocifissione di Gesù, egli dipingerebbe un Gesù
glorioso, vestito dei paramenti regali e sacerdotali, vivo sulla Croce, con gli
occhi aperti e la corona regale sul capo, su uno sfondo d’oro da Icona
bizantina, già risorto e glorificato, che manda il suo Spirito
sulla Chiesa (raffigurata da Maria e da lui stesso ai piedi della Croce) e la
arricchisce dei sacramenti pasquali: il Battesimo e L’Eucaristia, cioé il
sangue e l’acqua che sgorgano dal suo fianco squarciato, come l’acqua
risanatrice che scaturisce dal lato destro del Tempio nella visione di Ezechiele.
Visione che metterebbe sullo sfondo della scena. Ci è stato ricordato nei
giorni scorsi che quando Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo depongono il Cristo
dalla Croce, lo ungono con una mistura di circa trenta chili di olio e aloe, la
stessa mistura e la stessa quantità che si era usata per consacrare il Tempio
di Gerusalemme. Gesù stesso si autodefinisce “ tempio “ nella sua disputa con i
farisei: “distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere” E San
Giovanni precisa “...e parlava del Tempio del suo Corpo”. E’ questo il tempio
nel quale entriamo attraverso il Battesimo passando dalla porta che è il Cristo
morto e risorto, per poter celebrare il culto a Dio “in spirito e verità”. Il
vero culto del gregge del buon Pastore non è legato a un luogo particolare, ma
si celebra in un Corpo unito al Capo, che loda Dio per le sue grandi imprese di
salvezza e si alimenta del Corpo e del Sangue del buon pastore, che ci ha amato
fino alla fine, facendosi nostro fratello nell’incarnazione, e abbassandosi,
nell’ultima cena, fino a essere nostro servo e poi, ancora di più, fino a
donarsi come cibo, per mezzo del suo corpo spezzato e del suo sangue versato
per la remissione dei peccati. E qui è evidente il profondo legame tra
Battesimo ed Eucaristia: il sangue e l’acqua che sgorgano dal fianco di Cristo
dopo il colpo di lancia del soldato.
Lasciamoci quindi prendere ogni giorno sulle
sacre spalle dal buon Pastore, portiamo anche noi sulle nostre spalle le vite
dei nostri fratelli, vivendo insieme in atteggiamento di conversione continua,
entriamo e dimoriamo nel tempio del suo Corpo, come i tralci uniti alla vite, e
in Lui uniamo le nostre voci e le nostre vite per glorificare il Padre come
gregge del Signore, fino a giungere al riposo senza fine che a noi è preparato
nei pascoli della Vita eterna.
Fr
Gabriele



Commenti
Posta un commento