Omelia per la III domenica del tempo di Pasqua - 19 aprile 2026
Gente in cammino. Come ne vediamo tanta in questi tempi in cui la guerra si moltiplica, si ramifica, si nutre da sola per l’ingordigia, l’odio ancestrale fra popoli, la povertà di chi non ce la fa più a vivere. Chi si mette sulla strada e comincia a camminare verso mete senza nome, ha solo più pochi spiccioli di speranza. Così incontriamo i due discepoli di Gesù sulla strada che va a Emmaus. Camminavano e parlavano fra di loro di ciò che era accaduto: “la bocca parla del troppo pieno del cuore” e la Passione crudele e ingiusta del loro Maestro era l’argomento del loro scambio: ne parlavano perché era troppo pesante portare i fatti accaduti da soli, o perché cercavano una spiegazione? L’Evangelista Luca tace su molte domande che vorremmo porgli. Perché andavano a Emmaus? Chi era il compagno di Cleopa che non è nominato (alcuni suppongono che poteva essere l’evangelista stesso, tanto la narrazione è precisa)? Perché i due hanno lasciato che Gesù spezzasse il pane, gesto del padrone di casa, se non lo avevano riconosciuto? Nel Vangelo dobbiamo cercare l’essenziale del messaggio, non ciò che ci incuriosisce. Gesù si presenta come colui che vuole portare un conforto, colui che vede il peso che grava sul cuore e lo vuole consolare. Gesù rimane il nostro primo Consolatore anche una volta risorto ed entrato nella sua gloria. “Si avvicinò e camminava con loro”. Così è con noi nel cammino della nostra vita, qualunque sia l’espressione dipinta sul nostro volto. Così è stato con le donne che piangevano sulla strada verso il Golgota, così col ladrone angosciato al momento di presentarsi davanti a Dio col fardello dei suoi peccati, così è stato sulla croce con sua Madre e il suo discepolo diletto, così è sempre con noi. Anche se lo bestemmiassimo, lui con dolcezza ci chiederebbe: “perché mi schiaffeggi”; ci dà un appuntamento oltre la nostra rabbia, la chiusura del nostro cuore, l’amarezza che ci distrugge. Aveva un appuntamento coi due viandanti, perché conosceva l’amarezza presente nel loro cuore. Si avvicina sempre mettendoci al centro e chiedendoci un perché: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?” Sempre Dio si interessa a noi più che a se stesso. Lui che aveva vissuto tutto in prima persona e volontariamente, per salvarci, si è lasciato dire: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Così è il Cristo Risorto in ogni sentiero delle nostre vite, sempre ci raggiunge e pone in noi con le sue parole il suo Spirito perché i nostri occhi si aprano e lo riconosciamo e il nostro cuore lo accolga, mutando il nostro lutto in danza, come dice un salmo. Luca ci dice che mai dobbiamo sentirci soli, soprattutto mai nel tempo della nostra angoscia: “Nell’angoscia gridarono al Signore ed Egli li liberò dalle loro angustie” dice un altro salmo. In questo il Vangelo è la buona notizia che abbiamo accolto e che in qualche modo dobbiamo continuare ad accogliere e ad annunciare. Gesù è risorto per non lasciarci nel baratro della morte che ci perseguita ogni giorno. E questo annuncio di gioia non è una lezione magistrale, ma un cammino accanto a chi ha il volto triste, uno spezzare il Pane per darsi come vero cibo e lasciare sgorgare il proprio sangue perché la relazione col nostro Dio, Creatore e Padre, Trinità che accoglie, sia continuamente risanata e non siamo abbandonati alla tentazione e nel peccato, che ci mette in una tragica solitudine. Il Sangue di Cristo, ci dice San Pietro, è per la nostra liberazione e: “non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia”. Spesso cito una frase di un antico padre del deserto, ripresa da Silvano del Monte Athos: “Amare i fratelli è dare il sangue del proprio cuore”. È ciò che Gesù ha fatto per noi. La notte era vicina, ma ormai per i due discepoli non esisteva più il buio, né la paura, né la fatica. Gli undici Km in discesa, fatti nelle lacrime, si sono mutati in altri undici fatti in salita, di corsa, per raggiungere i fratelli e condividere la gioia. Questa è la Risurrezione di Cristo e per questo continuiamo ad annunciarcela a vicenda. Gesù è la Luce del mondo e nella sua Risurrezione vediamo tutte le cose, ma anche la nostra stessa vita, in un modo totalmente altro. Non scompare la drammaticità della nostra vita, le guerre non si fermano, le malattie non sono vinte, ma nasce una Speranza che ci permette di vivere altrimenti. Non gli avvenimenti della Storia, ma la nostra relazione con gli altri cambia; invece di fagocitare e di essere fagocitato, mi dono e ricevo, e in ogni cosa posso mettere ciò che dà vita: l’amore fraterno che scorre dal fianco di Gesù e lava il mondo. Alla fine si scopre che Gesù sta in mezzo a noi, perché è questo che Dio vuole: essere e stare con noi, portarci la Pace, la sua Pace, che non è quella che porta il mondo. E noi, sempre insicuri, aggrediti dal dubbio, abbiamo bisogno di dire: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!” Sì è apparso proprio a quell’Apostolo fragile e timoroso, che aveva negato di conoscerlo per ben tre volte tre giorni prima. I suoi “fratelli” hanno dovuto dar fiducia a lui prima di avere la grazia e la gioia di incontrare il Risorto. E questi annunciatori della Risurrezione e della Vita continuano a mostrare la loro fragilità e ad offrirci la grazia della fede che ha le sue radici nella potenza di Dio.
p. Cesare



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