Omelia per la XXXII domenica del Tempo Ordinario anno A - 8 novembre 2026

 




Ci avviamo a grandi passi verso la fine dell’anno liturgico e cominciano a risuonare quelle pagine di vangelo nelle quali Gesù parla delle “realtà ultime”, della vita che ci sta davanti, oltre al limite che sperimentiamo in questo nostro presente: visioni apocalittiche, giudizio, esortazione alla vigilanza.

E abitiamo forse sempre un po' scomodamente queste pagine, perché ci sembra che il volto di Dio allora appaia serio, severo, non lasciando possibilità di errore. E passati sotto i raggi x di uno sguardo inquisitore, chi può sopravvivere?

Se tu consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere? Così ci fa pregare il salmo 129.

Allora ci verrebbe voglia di saltare queste pagine, mettendole nel dimenticatoio, perché in fondo il Signore è buono e se racconta parabole un po' scomode, non dice la verità. È un po' come quel genitore che esagera l’avvertimento, per far stare buoni i propri figli.

Oppure per chi ha l’animo un po' più scrupoloso, l’atteggiamento che potrebbe derivare da questi avvertimenti potrebbe essere quello della paura: di fronte alla severità del maestro, lo si teme e perché sia tenuto buono il giudice e se ne plachino le ire, dobbiamo stare attenti a non lasciarci trovare inadempienti. Qualcosa potrebbe tranquillizzarci un poco e ridimensionare la scontrosità di questo giudice: nella parabola non sembra sia chiesto qualcosa di così impegnativo. Non sono richieste grandi opere, e neppure lo stare svegli (una voce precede lo sposo), ma semplicemente la custodia di piccoli vasi di olio che le vergini dovevano avere con sé. È come dire che anche piccoli gesti di carità possono andar bene per salvarsi, per passare l’esame.

Ma rimanere ad un tale livello di lettura - che può avere anche una parte di verità, ma che custodisce il cammino nell’uomo nel timore e nella logica di una retribuzione “esatta”, contabile - non è sicuramente parola di Vangelo, che libera e che salva. L’olio, forse più che una somma di opere, rappresenta il desiderio che tiene accesa la lampada. Certo, il rischio evocato dalla parabola di restare fuori sussiste, ma il vero pericolo non è quello di un Dio che esclude, bensì un cuore che ha smesso di desiderare, che rimane indifferente.

La Parola di Vangelo che le letture ci consegnano oggi è infatti dapprima questa: il Signore viene! Ci precede! È questa una certezza! Lui è fedele e non può rinnegare se stesso. Il Signore si espone nel Suo Amore, e ci dice con certezza: “io vengo!”

Le letture di oggi ce lo ripetono per tre volte: la Sapienza che si lascia trovare da chi la cerca, Paolo che ci consola con la promessa del ritorno del Signore, e lo Sposo della parabola. Ci precede in quella sapienza che si fa trovare quando la si cerca, perché è lì che ci attende. Ci precede oltre la morte. Ritornerà, ci radunerà, saremo per sempre con Lui. E Paolo ci esorta ad entrare in questo riposo: confortatevi a vicenda con queste parole! Belle queste parole. C’è una consolazione che viene dal sapere che lo Sposo ci viene incontro.

Ma noi Lo attendiamo veramente? Ci capita di attendere un amico, un parente, un figlio ed essere nella gioia e nell’apprensione che tutto sia al meglio per ricevere l’ospite con gli onori dovuti. Quell’attesa è carica di premura e gioia al tempo stesso. E noi come attendiamo il Signore? La parabola di Gesù ci dice che egli viene, non come giudice, ma come sposo, come colui che è desiderabile e desiderato.

Se Gesù provoca con parole scomode è forse per svegliarci dal sonno delle preoccupazioni delle cose quotidiane. Come se ci dicesse: alza la testa, non rimanere in ciò che ti occupa e ti preoccupa, ma allarga l’orizzonte e corri verso il Bene che profondamente cerchi, verso la Pienezza alla quale aneli!

C’è la bellezza della sapienza che rende piena la vita, che sazia i tuoi giorni, molto più di quanto tu osi sperare o immaginare. C’è il nostro Dio che è avanti a noi, ci precede e al tempo stesso ci viene incontro. Ma noi lo desideriamo? Dio è veramente il nostro bene supremo?

Il desiderio non si conserva da solo: ha bisogno di essere custodito. Ed è qui che entra la seconda parola, la vigilanza.

La seconda parola di Vangelo che intravvedo in queste letture è l’esortazione ad una vigilanza, che come diceva il cardinal Martini, è la consapevolezza di stare coscientemente sotto il segno del primato di Dio.

E per questo c’è una vigilanza che dobbiamo intrattenere, c’è una custodia del cuore da pensieri, sentimenti, giudizi che rischiano di farci leggere la realtà di Dio in modo completamente distante da quello che in verità è.

Vigilare il cuore significa recuperare il primato di Dio nella nostra vita. Significa non accogliere nel cuore il trambusto delle immaginazioni, delle paure, dei timori: ciò che agita e inquina la fiducia nella misericordia di Dio, nella Vita che Gesù è venuto a donarci. C’è una sovrabbondanza di beni che ci è offerta da Dio, visibile solo a chi lo desidera, che ci parlano di amore, bene, felicità, cura da parte del Padre nei nostri confronti. Allora vigilare, non è un esercizio di timore, ma è permettersi di dimorare nel riposo. Martini nel commentare le parabole di Gesù sulla vigilanza diceva:

È una vigilanza molto dolce, riposante, tonificante, capace di curare quelle forme prime di esaurimenti nervosi il più delle volte derivati da un cumulo di sentimenti contrastanti che abbiamo dentro e che non riusciamo a bloccare.

È dolce e riposante perché non è né la vigilanza del servo e nemmeno quella del padrone.

La vigilanza del servo è apprensiva: il padrone sta per venire e cerchiamo di comportarci bene, altrimenti ce la farà pagare. La vigilanza del padrone è fatta di paura: il ladro arriverà e devo mettere i lucchetti alle porte. Gesù raccomanda certamente entrambe le forme, però nel desiderio che diventino la vigilanza della sposa, di chi sa che lo sposo è presente sempre, pronto sempre, è già alla porta. Questa vigilanza irrobustisce affettivamente il cuore perché ci fa vivere tutti protesi nell’attesa di colui che è nostra vita, nostra felicità, nostra pienezza. In questo senso la vigilanza è motivo di profonda quiete interiore, di serenità, di risanamento dei movimenti disordinati del cuore. dobbiamo impegnarci a viverla chiedendola umilmente al Signore, nella preghiera, come uno dei frutti delle parabole del giudizio.

La liturgia allora ci pone di fronte alla contemplazione delle realtà ultime non per incuterci paura o per minacciarci. È il tenero invito di uno sposo che, quasi mendicante, si espone e che chiede a ciascuno di noi: desideri accogliermi? Quali piccoli gesti – come i piccoli vasi d’olio - compi per dire questa tua attesa?

Vegliamo allora sul nostro cuore, e vigiliamo, non con l’affanno di chi teme, ma con l’amore di chi desidera, nella certezza che Egli compirà il desiderio profondo che abita il nostro cuore. E nell’attesa dello Sposo che viene, intoniamo il nostro canto e prepariamoci cantando “vieni Signore Gesù”

fr. Emanuele

 


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