Omelia per la XXVII domenica del Tempo Ordinario - 4 ottobre 2026

 



Fratelli, non angustiatevi per nulla!

Ascoltando la Parola di questa domenica mi chiedevo come potessero stare insieme l'invito di Paolo ai Filippesi e il canto della vigna di Isaia, o la parabola di Gesù. Da una parte l'invito a non preoccuparsi, perché la pace di Dio – la pace che viene da Dio – custodirà i nostri cuori e i nostri pensieri; dall'altra l'attesa di un padrone che, pur mostrando attenzione e cura per la vigna, richiede impegno e si aspetta comunque frutti abbondanti.

Istintivamente potrebbe scattare l'ansia di chi, come a scuola, deve essere all'altezza per superare l'esame e teme di non farcela; oppure la ribellione verso un padre che non si interessa al bene del figlio e, come un contabile, reclama il suo dovuto. Dobbiamo però fare attenzione a non reagire troppo d'istinto, perché questa Parola ci dice una verità e ci offre gli strumenti per custodire il bene che da essa viene.

La verità che riceviamo è quella della cura.

Nel Vangelo un uomo si prende cura di ciò che ha fatto: pianta una vite, la circonda con una siepe, fornisce il terreno di tutto il necessario perché il frutto possa essere lavorato, vi costruisce anche una torre, perché la vigna sia custodita da ogni possibile attacco di un nemico. La prima lettura dice la stessa cosa. È l'agire di Dio fin dalle origini: tra le righe sembra quasi di vedere il racconto della Genesi, dove il Signore, dopo aver portato all'esistenza il creato, pianta un giardino – il paradiso – e vi pone l'uomo e la donna perché possano viverci e goderne i frutti. Ma di quel giardino chiede che l'uomo abbia anche cura: che lo coltivi e lo custodisca.

Mi colpiva mio nonno quando diceva che coltivare la vigna è qualcosa di delicato, non è scontato: occorre tanta cura, perché la vigna è soggetta a molte malattie. Non me ne intendo di campagna… eppure mi sembra vero! Che si tratti di vigna, frutteto, studi, relazioni… tutta la vita ci dice che il frutto di cui possiamo beneficiare, pur partendo da qualcosa che è interamente donato, richiede da parte nostra cura, vigilanza e perseveranza.

San Paolo ci aiuta a capire di quale cura e vigilanza si tratta. Nella lettera ai Filippesi abbiamo ascoltato:

Fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.

La prima cura da mettere in atto è dunque la cura dei nostri pensieri.

Nella tradizione monastica se ne è scritto tanto: la chiamiamo la lotta contro i pensieri malvagi. E in effetti tutto nasce da lì. Ogni nostro agire e ogni nostro parlare nasce dall'accoglienza di un pensiero che sgorga dal profondo del cuore. Ci sono pensieri di bene e pensieri di sospetto e di male; pensieri che edificano e pensieri che inquinano. Non siamo necessariamente ciò che pensiamo, ma abbiamo il potere e la libertà di accoglierli in casa nostra, di farli dimorare nel cuore… ed è lì che interviene la nostra responsabilità.

Sii portinaio del tuo cuore, e chiedi a ogni pensiero: «Tu sei dei nostri o dei nostri nemici?», affinché lo straniero non entri.

Questo detto dei padri del deserto – monaci vissuti in Egitto circa sedici secoli fa – mette in guardia ciascuno di noi dall'accogliere senza vigilanza i pensieri che bussano al cuore.

Ci sono pensieri di sospetto che, accolti, inquinano il cuore, ci oscurano la vista e falsano ogni discernimento. È forse il caso dei vignaioli infedeli. Il padrone aveva fatto tutto perché la vigna portasse frutto, fin nel più piccolo dettaglio. Aveva solo affidato ai vignaioli il compito di raccoglierne il frutto abbondante, destinato a essere condiviso: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Eppure nel loro cuore si insinua il sospetto. Dialogano con il pensiero che quel frutto, reclamato dal padrone, rischi di essere loro sottratto. Dialogano con la paura, e la paura presta il fianco all'avarizia, che non si accontenta mai. (Nel libro dei Proverbi c'è un'espressione bella: la sanguisuga ha due figlie che gridano sempre «Dammi! Dammi!».) Così arrivano fino a pretendere anche l'eredità, commettendo un crimine ben più grande di quello di trattenere il frutto uccidendo il Figlio.

La desolazione descritta da Isaia, allora, non è solo l'esito del giudizio di un Dio severo, ma anche il simbolo della desolazione del cuore quando accogliamo pensieri che ci agitano, che inquinano il nostro sguardo e ci portano a rompere la comunione con Dio e con gli uomini.

San Paolo, invece, ci invita ad avere altri pensieri: a dialogare con ciò che, anziché chiudere gli orizzonti nella paura e nel sospetto, ci aiuta a cogliere la cura che da parte di Dio è reale. Coltivare questi pensieri significa farsi cercatori della benedizione di Dio che attraversa il nostro vivere quotidiano.

Ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode – e questo il Signore lo compie realmente! -  questo sia oggetto dei vostri pensieri!

E questo è per noi segno di un Dio con noi, che continua a fare meraviglie davanti ai nostri occhi.

Paolo non ci dice solo: non angustiatevi. Ci dice perché: la pace di Dio custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. Noi facciamo i portinai, ma a custodire è Dio.

Forse, rientrando nelle nostre case, potremmo chiederci oggi: quali pensieri sto ospitando in questi giorni? Sono pensieri che curano la vigna del mio cuore e la fanno portare frutti di benedizione e di comunione, o pensieri che alimentano la paura e mi fanno vivere nel sospetto?

Il Signore volga il suo volto su di noi e protegga la vigna che ha piantato nel nostro cuore, perché la nostra gioia risieda nell'invocazione del suo nome benedetto, come ci invitava a cantare il salmo.


fr. Emanuele


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